25 maggio, 2017

 

Radicali senza capo carismatico. Storicizzare Pannella e imparare con umiltà dai suoi errori.

Hanno fatto male i Radicali delle “due scuole” a surgelare il cadavere del "genio esibizionista e un po’matto" Pannella, riproponendolo ora in pillole quotiidiane (a un anno dalla sua scomparsa, quando scrivemmo questo consuntivo politico) – con registrazioni radio, filmati agiografici e testi edificanti, come un Confucio, un Gesù, un Maometto qualsiasi. Sbagliano con i suoi “ipse dixit” apodittici che stavano bene in bocca a Lui, ma stonano in bocca a loro. Non è liberale per niente, anzi, tutto il contrario, molto irrazionale e pericoloso, basare le proprie scelte politiche sul "carisma" e sulla seduzione di un Capo, e ora sul ricordo e la nostalgia, anziché sull'ideologia, cioè sulle idee coerenti e sui programmi.
      Ma sì, bisognerebbe abbandonare il vizio regressivo della nostalgia e finalmente storicizzare Pannella, consegnandolo definitivamente alla cronaca e alla Storia; riportarlo al tempo e alla complicata, spesso patologica, psicologia individuale che ne è all’origine; distinguere crocianamente “quello che è vivo e quello che è morto” del pannellismo, che fu un movimento “anti”, un’irripetibile variante del tutto personale del Radicalismo, movimento di sinistra liberale che non fu certo inventato da Pannella, ma che il giovane Pannella – facendo uscire i Grandi fondatori del Partito Radicale, e questo non è senza importanza – dirottò verso lidi mai stati del Radicalismo e del Liberalismo.
      E quali sono in sintesi le novità del pannellismo rispetto al Radicalismo e Liberalismo storici? Il continuo movimentismo agitatorio, la protesta e le provocazioni continue allo scopo di pungolare la classe di Governo, la teatralizzazione e medializzazione dell'azione politica (non solo attuata, ma addirittura pensata in funzione di giornali e tv), la distruzione dell’esistente ma senza nessuna costruzione proposta in alternativa, l’abuso del referendum, l'uso patologico della seduzione da parte del leader, la polilalìa (uso eccessivo, patologico, della parola), l’Oriente della non-violenza di Gandhi, spesso non esente da violenza, e l’Oriente del Cristianesimo intransigente di Capitini, ma soprattutto la semplificazione estrema della Politica fino al populismo.
      Insomma, i cittadini, l'uomo della strada, sono considerati onesti per principio, mai criticati, anzi sempre vittime, comunque titolari potenziali di sempre nuovi diritti; mentre lo Stato, i Governi, il Potere, sono l'origine di tutti i mali, l’equivalente dei “padroni” per i marxisti, la nuova “classe” oppressiva, la naturale controparte sociologica, per definizione autoritari e sempre colpevoli di tutto. Ignorando che anche nella peggiore democrazia liberale, come la nostra, Stato, Enti locali, Parlamento, Governo, Potere, non possono non essere fatti che di cittadini comuni, perfino troppo comuni negli ultimi decenni. E se sono così inadeguati, è per un gravissimo deficit culturale e psicologico dei singoli cittadini ed elettori. Problema questo (un popolo non educato alla democrazia), di cui mai ha parlato Pannella, per il quale “la colpa era sempre degli altri”: quelli più in alto. Guai ad addossare le colpe ai cittadini, elettori o no.
      Senza contare la contraddizione atroce tra giusti nuovi diritti liberali richiesti e i modi non liberali con cui erano richiesti, anzi, pretesi subito, qui e ora, con frettolosità autoritaria, dopo decenni o secoli di sonnolenza, malcostume, burocratismo. Tutti elementi, compresa la sbrigatività un po’ ottusa e semplificatoria, non presenti, anzi lontane dal Partito Liberale e dal Partito Radicale originario, che avrebbero fatto rabbrividire Croce, Einaudi, Cavour, ma anche Pannunzio per il loro contenuto irrazionale, emotivo, carismatico, talvolta violento.
      Inoltre, anche in economia, materia non presente per 30 anni nel messaggio pannelliano, a differenza dell’originario Partito di Rossi e Pannunzio, il “liberismo” estremo, ideologico, quasi anarco-individualista, di diversi giovani pannelliani d'oggi, non è mai esistito nel Liberalismo europeo, tanto meno italiano, se non come corrente di estrema minoranza, ed è da considerarsi, anzi, conservatore. Del resto, Cavour fondò l’antenata della Banca d’Italia, Zanardelli le Ferrovie dello Stato, Pannunzio e il Mondo fecero convegni sulla scuola pubblica e l’oculato intervento dello Stato in economia come garante delle regole del gioco e anche contro i monopoli privati.
      Perciò, i pannelliani di oggi dovrebbero ora, approfittando dell’angolo visuale sempre più stretto, a mano a mano che passano gli anni dalla scomparsa di Pannella, decidersi finalmente a consegnare definitivamente questo personaggio geniale ed eccentrico, ma anche invadente, contraddittorio e imbarazzante per il Liberalismo, alla cronaca e alla Storia del Dopoguerra e, semmai, se si vuole conservare una testata politica tutto sommato dignitosa rispetto allo squallore di oggi, ripensare, proporre ai cittadini e ai politici, programmare e cercare di rendere popolari quei temi che Pannella, sbagliando per aver seguito solo il proprio carattere, non fece.
      Per esempio, lasciar cadere le megalomanie di politica estera (come la balzana idea di una sempre più pericolosa Turchia “cavallo di Troia” in Europa), e occuparsi invece degli Italiani, specialmente dei loro diritti feriti o attenuati sull’ambiente, la cultura, l’arte (citati dal meraviglioso art.9 della Costituzione), l’agricoltura, l’alimentazione. Temi che non tratta nessuno, come se fossero “minori” o tecnici, ora che gli ecologisti sono spariti; e che invece sono fondamentali per la qualità della vita in Italia, che ha anche un debito nei confronti della Comunità internazionale, visto che Natura, Arte, Cultura, Antichità e Alimentazione appartengono a tutti.
      E poi riprendere e sviluppare la critica radicale classica pre-pannelliana al difettoso o finto moderno “mercato libero”, in realtà inquinato da monopoli o cartelli, quindi una vera e propria dittatura dei produttori di beni e servizi, molto più potenti dei politici, ma mai criticati dai Radicali pannelliani. Eppure, a proposito di "diritto alla conoscenza", mentre i produttori tutto possono perché tutto sanno di quel che producono, gli acquirenti-utenti nulla possono perché nulla sanno di quello che acquistano: sono in un vero e proprio stato di dipendenza, perfino per i prezzi, spesso fuori mercato. E' una schiavitù consumistica.
      E, vista l’ignoranza abissale degli Italiani rispetto ad altre Nazioni del Nord Europa, che è ancora analoga a quella pre-suffragio universale, altro che pendere dalle loro labbra perfino per referendum ultra-tecnici (p.es. la smilitarizzazione della Guardia di Finanza), ma al contrario educarli, continuare quell’opera di pedagogia e didattica popolare iniziata dai Liberali nel Risorgimento e poi interrotta da fascisti, clericali e comunisti, allo scopo di alfabetizzarli alla Politica, alla Scienza della Politica, alla Economia politica (a cominciare dall’einaudiano bilanciamento nella vita quotidiana tra domanda e offerta), alla Storia, come Croce insegna.
      E infine misurarsi essi stessi non come portatori unici di Verità (alla Grillo, il cui motto è “prendere o lasciare”), ma dialetticamente confrontandosi con tutti, con la Politica e l’Amministrazione di ogni giorno (in questo, i Radicali Italiani, almeno, sono già sulla buona strada), lavorando per aggregare in futuro su una piattaforma ideale e un programma preciso un grande Soggetto unitario del mondo laico, razionale e anticlericale, contro i populismi di Destra, di Sinistra e di Centro. Il che andava fatto vari decenni fa, e comunque vuole tempi lunghi e non quelli brevissimi pretesi dalle scalette nevrotiche alla Pannella.
      Questi sono i compiti storici, diretti ma anche di stimolo pedagogico per altre forze politiche, che ragionevolmente sono alla portata dei post-pannelliani. Che tutti i difetti possibili possono avere, tranne quello di non avere intelligenza, visto che gli riconosco la virtù di essere alcune spanne al di sopra degli comuni politici italiani. Il resto è emotività, nostalgia, regressione nell’irrazionale, che non fanno onore alla loro e alla nostra intelligenza.

AGGIORNATO IL 28 MAGGIO 2017

30 aprile, 2017

 

Gramsci. Grande uomo col limite d’una ottusa ideologia, colpito da fascisti, Pci e gramsciani.


GRAMSCI E LA VULGATA “GRAMSCIANA” 
Pochi, a ottant'anni dalla sua scomparsa, ricordano che il pensatore cercò anche di contrastare lo stalinismo di Togliatti. Ma dopo la sua morte, alcuni suoi estimatori e apologeti, specialmente torinesi, con l’intento di costruirne il Mito, a forza di retorica, conformismo culturale e intolleranza, hanno finito per danneggiarlo. 
di Pier Franco Quaglieni *

Sono passati ottanta anni dalla morte di Antonio Gramsci in una clinica romana dopo lunghi e terribili anni di prigione nel carcere di Turi che ne avevano minato il fisico. Chiunque abbia vissuto quell’esperienza drammatica, scontando la coerenza delle sue idee, merita rispetto, anzi ammirazione. Sandro Pertini che fu suo compagno di carcere, ha testimoniato della  sua altissima dignità e delle sofferenze  vissute da Gramsci. Sicuramente Gramsci è stato una “figura dell’Italia civile ” che ricorderò nel secondo volume del mio libro che uscirà il prossimo anno.
      Un conto è Gramsci e un conto sono i gramsciani, in particolare quelli torinesi. Torino è profondamente legata al nome di Gramsci che nella nostra città ha lasciato il segno della sua opera come giovane socialista, direttore dell’”Ordine Nuovo”, animatore dei Consigli operai alla Fiat nel 1920 e fondatore dell’”Unità”. Ci fu addirittura chi non voleva che nell’edificio in cui abitò in piazza Carlina fosse creato un albergo, che era visto come una dissacrazione di quel luogo. Esagerazioni  assurde, sia perché a Roma nella casa che Gramsci abitò da parlamentare, era da tempo operante un albergo, sia perché la proprietà dell’edificio, per calmare le acque, vi ospitò anche l’Istituto Gramsci che ha una succursale, in effetti assai poco frequentata, in Via Maria Vittoria, angolo via San Massimo. Torino si è distinta più di ogni altra città nelle commemorazioni, in particolare presso il Polo del ‘900,vera e propria cittadella della cultura a senso unico, in cui l’egemonia dell’Istituto “Gramsci” è colta persino dagli stessi ospiti del Polo.

Il valore dell’eredità gramsciana sotto e oltre la Mole

Benedetto Croce, leggendo le sue “Lettere dal carcere “nel 1945, disse alle figlie che Gramsci “era uno dei nostri” proprio per l’afflato umano che le lettere dimostravano e che restano il suo capolavoro, mentre i “Quaderni” rivelano vistosamente i limiti del tempo e l’angustia ideologica  dell’analisi gramsciana.
      A 80 anni dalla sua morte, abbiamo assistito nella nostra città  all’organizzazione di solenni messe cantate in suo onore e al lancio di biografie che sono delle vere e proprie agiografie scritte da vecchie  zie del gramscismo nostrano con conseguenti  recensioni acriticamente osannanti da parte di nipoti, se possibile ancora più  faziosi dei maestri.
      Le parole forse possono sembrare troppo aspre e persino ingiuste, ma chi conosce da vicino la situazione sa che non sono esagerate. La solita vulgata gramsciana torinese è diventata davvero un po’ insopportabile perché le vecchie zie e qualche nipote prediletto non vogliono capire che il pensiero politico di Gramsci è morto da decenni e che ,a voler essere generosi, egli  è un pensatore inattuale, datato, superato. C’è chi pretende di imporre la sua “verità”, invocando un “ipse dixit“ abbastanza arbitrario. Non sono riuscito a leggere di un incontro criticamente e fondatamente storico che poi sarebbe anche il modo migliore per ricordare un uomo come Gramsci. Gramsci amava la storia e di questo amore scriveva dal carcere al figlio Delio, esortandolo a studiarla.

Il caso Orsini, Andrea Viglongo, il “gramsciazionismo” torinese

Nicola Matteucci che conseguì la seconda laurea con una tesi su Gramsci  riteneva il suo pensiero appiattito sull’ideologia marxista. Matteucci mi disse che Gramsci era un agitatore politico  piuttosto  fanatico che incitava alla contrapposizione violenta e intollerante :l’esatto opposto di Filippo Turati che ,non a caso, venne considerato un traditore della causa del socialismo. Alessandro Orsini pubblicò nel 2012 il bel saggio, molto documentato, ”Gramsci e Turati. Le due sinistre” edito da Rubettino. Non fu possibile presentarlo a Torino perché il linciaggio subito dall’autore da parte di alcuni studiosi torinesi, creò un clima che impedì ad altri studiosi di accettare di presentare il libro.
      Lo stesso autore si rese conto della situazione che si era determinata e che ancora oggi appare quasi surreale, se non fosse assolutamente vera. Orsini a Torino venne letteralmente messo all’Indice. Bobbio sottolineava come Gramsci fosse perfettamente allineato col marxismo-leninismo, una prospettiva politica violenta, giacobina, anche sanguinaria  che la dura lezione della storia ha travolto. Dopo la caduta del Muro di Berlino non si può più ragionare come prima. Pochi ricordano invece che Gramsci cercò anche di contrastare lo stalinismo di Togliatti, pagando tragicamente il proprio dissenso: incarcerato dai fascisti e perseguitato dai comunisti. Come ha ricordato e documentato Giancarlo Lenher ,in un bel libro sulla famiglia Gramsci in Russia, i suoi figli non fruirono neppure dei diritti d’autore delle sue opere che vennero incamerati dal Pci.
      Andrebbe invece ricordato il redattore capo dell’”Ordine Nuovo”, Andrea Viglongo, il futuro straordinario editore  di grandi  autori piemontesi fino ad allora assai  poco valorizzati. Viglongo capì dove portava il gramscismo e scelse altre strade con coraggio. Gobetti morì e non possiamo sapere quale sarebbe stata la sua scelta definitiva e come avrebbe risolto l’ossimoro del suo liberalismo rivoluzionario e del suo rapporto con Gramsci che sembrava aver prevalso rispetto ai maestri della sua giovinezza. Giustamente il gobettiano Carlo Dionisotti sottolineò l’ossimoro gobettiano, dicendo che i liberali di norma  non sono rivoluzionari ma riformisti e i rivoluzionari sono invece, di norma, profondamente illiberali, se non proprio nemici della libertà. Sappiamo invece dove portò in termini di faziosità quello che Dino Cofrancesco, attirandosi l’odio ideologico di tanti intellettuali torinesi, Bobbio escluso, definì il gramsciazionismo.
      La miscela di intolleranza e di sudditanza ideologica, di servilismo al Pci e di ottusità nel non denunciare le aberrazioni del comunismo russo e di quello internazionale ebbe su Torino effetti che resero l’aria irrespirabile nelle case editrici ,nell’ateneo, nei giornali, in molte realtà culturali. Augusto Monti scrisse addirittura che il nuovo partito liberale era il Pci. La vedova di Gobetti, affettuosamente protetta da Croce durante gli anni della dittatura fascista, divenne vicesindaco di Torino in una Giunta egemonizzata dai comunisti ed essa stessa finì per ruotare attorno al Pci, come fece il “liberale” Franco Antonicelli diventato senatore della “Sinistra indipendente” eletto con i voti del Pci. Solo lo storico Raimondo Luraghi, medaglia d’Argento al V.M. durante la Resistenza, ebbe il coraggio di abbandonare quella compagnia e non poté mai insegnare a Torino, lui massimo storico militare, erede di diritto alla cattedra di Piero Pieri. Con un certo orgoglio ricordo che nella motivazione di un piccolo premio a me conferito a Palermo nel 2000 si parlava di “feroce egemonia gramsciana torinese”, riferendosi  non a Gramsci, ma ai suoi eredi.
      Quella egemonia è ancora feroce, anche se “Le ceneri di Gramsci”, per dirla con un titolo di Pasolini del 1957, sono diventate polvere.
*Direttore del Centro Pannunzio

Grazie a C.Bussola, direttore del sito “Il Torinese” su cui l’articolo originario è apparso il 30 aprile 2017, per aver consentito la pubblicazione.

IMMAGINI. 1. Ritratto murale di Gramsci con un suo celebre motto (pittore Solo, borgata del Trullo, Roma). 2. Il settimanale L'Ordine Nuovo, diretto da Gramsci.

09 aprile, 2017

 

Sartori, il fiorentino. Portò la scienza politica all'Università; ma lo tradì la troppa vis polemica.

Poteva non piacere al largo pubblico, anzi, piacere troppo, soprattutto in vecchiaia, quando tutti i vizi si amplificano, per i giudizi caustici da grande polemista, che poi era la sua vera, unica tendenza naturale. Ma piaceva molto ai giornalisti, che pur subendo vistosamente il “timor reverentialis” verso le tre famose corporazioni di clerici (docenti, magistrati e medici: le uniche corporazioni di fronte a cui quella dei giornalisti ammutolisce), non sopportano i docenti universitari, cavillosi divisori di ogni capello in quattro e incapaci di prendere posizione e decisioni pratiche. Per loro, anzi, era l’esperto ideale, capace da solo e in modo ineccepibile di vivacizzare un articolo di fondo o un’intervista, grazie alla ostentata carica aggressiva toscana.       Ecco perché era sempre in tv o sui giornali, trasformato ormai da studioso in brillante commentatore politico, insieme arbitro e giocatore, sempre chiaramente di parte.
      Si sa, è il vizio segreto di tutti gli Universitari: essere conosciuti e popolari al di fuori dell’Università, perfino a costo di perdere un po’ del proprio prestigio di studiosi. Furono proprio l’ironia e il sarcasmo, di cui si nutriva a fiotti come  a fargli coniare neologismi giornalistici dissacranti come “mattarellum” e “porcellum” (due diversi metodi elettorali).
      Liberale classico, laicista e anticlericale, laureatosi curiosamente con una tesi su “Croce politico”, perfino più di Croce convinto che lo studioso della Polis e del Logos dovesse avere passione ed esprimere idee e fare scelte pratiche da indicare al pubblico. 
      Fautore, però, a differenza di Croce di una irrealizzabile “razionalità” della Politica e di un illuminismo dell’agire sociale che non teneva conto né della particolare storia italiana, né del carattere inevitabilmente regressivo e irrazionale delle masse, Sartori si trovò necessariamente in disaccordo profondo sia con la cosiddetta Sinistra (ovviamente non poteva che essere anticomunista, quando esisteva ancora il Comunismo), sia con la cosiddetta Destra, anche e soprattutto quella di Berlusconi, padre padrone inesperto di politica e per di più in flagrante conflitto di interessi. Era inevitabile che assumesse ben presto il ruolo del “maestro” di fronte agli allievi discoli e ignoranti, tanto più che accusava la società moderna di aver favorito una decadenza culturale disastrosa, tanto più quanto più diminuiva il ruolo della parola scritta in favore delle tecniche della visione.
      Insegnò tutta la vita in Italia e negli Stati Uniti. Preside della famosa Facoltà di Scienze politiche Cesare Alfieri, a Firenze, fondò la Rivista italiana di scienza politica,  e pubblicò numerosi saggi e manuali tradotti in numerose lingue, scrisse di continuo sui giornali (soprattutto sul Corriere della Sera).
      Negli anni della maturità arricchì i propri interessi occupandosi anche di ambientalismo, fustigando la Destra che non capiva la limitatezza della Terra e la drammatica attualità dell’inquinamento, come anche della sovrappopolazione in Asia e in altre aree, cause non ultime di quella invasione di immigrati, per lo più islamici, che avrebbe finito – era la sua preoccupazione costante – per snaturale la società europea («Ci stanno invadendo: integrare l’Islam è un’illusione»). E questo lo poneva in conflitto deciso anche con i cattolici e la Sinistra.
      Una posizione culturale, insomma, quella di Sartori politico, che non possiamo non condividere in pieno.
Che resterà di lui nella storia della cultura “politologica”? Intanto il nome stesso della disciplina. Nell'Italia delle grandi Istituzioni giuridiche pubbliche (è il lascito degli antichi Romani al Mondo intero) e poi di Gucciardini e Machiavelli, ma anche patria della teoria delle élites politiche (“scienza italiana”, grazie a Mosca, Pareto e Michels), Sartori ha avuto almeno il merito di riportare al centro della cultura istituzionale e sociale la "scienza della politica", di averne fatta una specializzazione accademica, e anzi di averne diffuso – per primo – il nome.
      Avrebbe dovuto esercitare vita natural durante il ruolo dello scienziato “politologo”, avendo posto le basi teoriche della disciplina in Italia, ed essendo considerato da tutti un “maestro” sia pure carismatico. Peccato, però, che troppo sicuro di sé, volesse strafare, e amasse cadere – era più forte di lui, tanto era fiorentino – nei giudizi di valore e nel tono “tranchant”, come pure è capitato a tanti liberali, moderati in gioventù e iconoclasti in vecchiaia. 
      Si poteva pensare in quelle occasioni che gli difettasse la terzietà, quello spirito della avalutatività che il grande Max Weber riteneva essenziale al rigore dell’intellettuale studioso di scienze sociali.
      Così, troppo a lungo sopravvissuto a se stesso (è scomparso a 92 anni), ha finito dalla tarda maturità, soprattutto nelle interviste e nei suoi articoli di giornale, per essere visto suo malgrado più come un commentatore anticonformista dell’attualità che criticava tutti - Destra, Centro e Sinistra - una sorta di burbero libero pensatore della politica, spesso fantasioso e visionario, piuttosto che come uno studioso neutrale.

26 marzo, 2017

 

Europa: messinscena per i 60 anni. Ma gli ruba la scena la Messa di quel furbone del Papa populista

I Capi di un’Europa cadente e avvolta su se stessa hanno celebrato i sessant’anni dai “Trattati di Roma”, che in realtà istituivano solo il primo embrione di Comunità Europea (25 marzo 1957). Una cerimonia teatrale che doveva servire a rilanciare politicamente l’Unione.
      Ma il Papa si è messo di traverso e ha ceduto alla piccineria di "rubare la scena" ai potenti dell'Europa con un’adunata oceanica a Milano e dintorni. La furbissima, cinica, regìa di quei grandi esperti di teatro che sono da 2000 anni i capi della Chiesa Cattolica ha contrapposto alla messinscena delle celebrazioni dell’Europa Unita, una Messa all’aperto per un milione di spettatori, inserita in una grandiosa kermesse trasmessa per ore dalla televisione a reti unificate, per la solita complicità della vergognosa Rai-Tv clericale.
      Oscurata l’Europa sovrannazionale “laica”. Come a dire che l'unica istituzione universale è la Chiesa. C'era una "intelligenza" in tutto questo, una sublime malizia; eppure nessun commentatore l'ha notato.
      Ma come – direbbe un Cristiano vero delle origini, ammesso che ce ne sia uno – fare uno spettacolo così mondano e sfacciato utilizzando una funzione religiosa per arringare bambini, donne, il popolo tutto, come un qualsiasi capo politico carismatico, demagogo, populista? Quando è noto perfino a noi atei che una messa trasmessa per tv "non vale" come sacramento individuale per i fedeli, a quanto prescrive la stessa Chiesa.
      Certo, un marketing spregiudicato, freddamente strumentale, oserei dire materialista, sta dietro questa contro-messinscena. Una mentalità molto pagana, avrebbe detto un esponente della Chiesa se il vuoto raduno, inconcludente, fine a se stesso, fosse stato organizzato da un leader laico. Un comizio elettorale.
      Del resto, che altro sono per la Chiesa le sue funzioni religiose se non teatralità barocca, a cominciare dagli strani costumi? Sai che novità: ci sono centinaia di libri a dirlo. Colpire i “semplici di spirito” (eufemismo atroce inventato dalla Chiesa) con la grandiosità degli apparati, per nascondere il Nulla. Propaganda, solo propaganda, fatta pagare solo in parte agli altri Paesi, ma allo Stato clericale italiano sempre e interamente
      Solo una domanda: ma allora, come mai quel milione di persone non va mai in chiesa la domenica a sentir Messa, come lamentano le stesse Autorità Ecclesiali? Chiese vuote (laddove si vede la convinzione del popolo) e piazze piene (laddove si vede la finzione). Questo, solo questo il punto nodale di un'enorme mistificazione.
Che cosa vorrebbe dire questa prepotente, ostentata, rappresentazione teatrale? Altro che America ed Europa, è il Vaticano il centro del Mondo. Ed ecco le "Case Bianche" di Milano (i nuovi quartieri popolari) al posto della Casa Bianca di Washington, l'inferno del capitalismo e del materialismo edonista, e il Vaticano (col suo vassallo Stato Italiano in prima fila inginocchiato a officiare da chierichetto), al posto dell’Europa secolare e mezza atea degli affari e del sesso, non per caso indicata agli islamisti e ai diseredati di tutto il Mondo povero come Terra Infidelium da conquistare e inseminare in vista d'una amorfa società multirazziale in cui fatalmente prevarrebbero i fondamentalisti.
      Nessuno in Italia ha osato il minimo commento critico. Come meravigliarsi ? Un’Italia culturalmente depressa, ignorante, con pochi laureati, che non legge (e tanto meno la saggistica), perfino incapace di capire un normale testo e far di conto (come rivelano le prove Invalsi), che non vota, anzi non sa votare, e quando vota lo fa male, per protesta, per odio (per limitarci agli ultimi vent'anni, prima Lega e Berlusconi, ora Grillo), una populace che segue solo le risse dei talk-show televisivi, i predicatori, i seduttori delle folle, i ciarlatani da fiera, gli incantatori di serpenti, i primi attori. E se sono i più istrionici e dicono tutto e il contrario di tutto, come, appunto Papa Francesco e Grillo, meglio è. Così, lo sfacciato populismo ha già contagiato anche altre forze politiche, lo stesso Partito Democratico di Renzi, che non per caso, come sulla scena teatrale, spesso "prende la battuta" da Grillo e gliela ridà, in un gioco delle parti a chi spara più forte che umilia la dignità della democrazia liberale.
      Non conta quello che dicono questi populisti istrionici d'ogni ordine e grado, ma contano le loro facce, i loro corpi sgraziati, le loro posture, le loro voci infelici; insomma loro che recitano, apparentemente gratis, un copione che strappa facili applausi alla plebe. Sono a tu per tu col Popolo, saltando tutti i gruppi intermedi e le rappresentanze. La politica come puro spettacolo impuro. Proprio il contrario di quello che ha dato origine e che oggi servirebbe all’Europa della Ragione e alla sua borghesia raziocinante: il Medioevo del popolino.

15 settembre, 2016

 

Longanesi maestro di idee editoriali ed esteta, conservatore e anarchico, italiano anti-italiano.

Dopo sessant’anni dalla sua scomparsa, che cosa resta di Leo Longanesi? Quali critiche, quali apprezzamenti noi Liberali possiamo fare sulla sua personalità versatile, mobile, contraddittoria, raffinata, anzi estetizzante, elitaria con punte di narcisismo fastidioso, troppo individualistica, critica, certo, ma capricciosa, eppure talvolta corriva, complice, anche se a suo modo moralistica? Perfino al suo carattere “volubile e umorale” accennava Pannunzio nel necrologio sul Mondo, per spiegare come mai il settimanale che parecchio doveva al maestro Longanesi per nove anni non lo avesse mai citato (cfr. articolo di Nello Ajello). E’ forse proprio per questa congerie di pregi e difetti che Longanesi è stato un personaggio molto, troppo italiano? Resta un personaggio sfuggente e lontano da noi, ma quanto intrigante!
      La verità è che Longanesi non è paragonabile a nessun altro italiano famoso. Anche se ci inventiamo raffronti con altri conservatori brillanti e ugualmente “capaci di tutto” nel campo del giornalismo, dell’editoria e della politica. A meno che non vogliamo prendere in considerazioni singolari analogie – compresi i titoli di alcuni libri – con la figura di un altro critico versatile e brillante, il francese contemporaneo Boris Vian. Ma ogni accostamento a intellettuali o giornalisti odierni, finisce per nobilitare immeritatamente questi ultimi e per banalizzare troppo il fondatore dell’omonima casa editrice e di giornali che hanno fatto epoca e rappresentato l’evoluzione del costume in Italia: Omnibus, L’Italiano, Il Borghese.
      Perché Longanesi è stato unico nel panorama culturale ed editoriale del Novecento. Insieme editore, giornalista, corsivista, polemista implacabile, critico di costume (specie della piccola borghesia, alla quale del resto apparteneva), creatore di aforismi pungenti e veritieri, inventore di neologismi, intervistatore e intervistato, raffinatissimo ed elegante cultore della lingua, disegnatore, art director, impaginatore. Insomma, da solo avrebbe potuto riempire un’intero fascicolo di settimanale, e non è escluso che con vari pseudonimi lo abbia fatto. Al confronto, gli editori e i collaboratori di giornali politici e culturali precedenti e successivi – tranne i grandi Gobetti, Einaudi e Prezzolini, che al contrario di lui avevano anche grande capacità di astrarre e teorizzare seriamente, specie i primi due, non per caso liberali – ci appaiono delle formiche ottuse dedite esclusivamente al cibo (lo stipendio). Mentre perfino i pochi grafici e disegnatori capaci di ragionamento non alzano mai il capo dal foglio per osservare la realtà e trarne idee generali, tanto meno per insegnare. Un luogo comune malevolo che girava nelle Redazioni agli inizi dell’informatizzazione dei giornali (anni Novanta) diceva che i grafici, come i fotografi, erano i “parenti scemi” dei giornalisti. La successiva decadenza del giornalismo e dell’editoria ha dimostrato invece quanto la crisi di idee e professionalità abbia raggiunto tutte le categorie addette alla parola scritta, nessuna esclusa. 


      In apparenza e anche nella sostanza Longanesi non c’entra nulla con la cultura liberale, anzi, spesso è agli antipodi. Con la sua perfida lingua ha stroncato impietosamente, da par suo, non pochi liberaloni. E alcuni se lo meritavano. Eppure, ora a sessant’anni dalla scomparsa tutti lo esaltano, perfino La Repubblica (dove, anzi, secondo una intervista al sopravvalutato Buttafuoco, il noto “giornalista di Destra che piace alla Sinistra” – contenti loro... – si anniderebbe addirittura “il più longanesiano dei giornalisti di oggi”, tale Merlo). Come hanno fatto con Montanelli e Pannunzio, non per caso suoi allievi, tutti ora si dicono “longanesiani”. 
      Perfino noi Liberali ipercritici perennemente con la puzza sotto al naso siamo stimolati da tutta una serie di collegamenti e memorie di scritti (articoli e libri) letti su Longanesi negli ultimi anni. Questo Longanesi, insomma, non era liberale, ma si trovava – com’è, come non è – sempre in mezzo a liberali. Ma era in mezzo a tutto, si può obiettare, preso dalla furia del vivere intensamente. Fatto sta che in più di 50 anni, qualunque cosa si leggesse sugli anni 40-50 del Novecento, anche di autenticamente “liberale”, “laico”, “fascista” o “antifascista”, ce lo trovavamo sempre davanti, citato, criticato, fatto a pezzi, rivalutato, esaltato, santificato dai più insospettabili: Pannunzio e Savinio, Prezzolini e Montanelli, Benedetti e Moravia, Ansaldo e Cajumi ecc.
      Eppure scrisse poco. Come i veri maitres à penser, sostiene qualcuno. Più di Pannunzio, comunque. Ma in compenso fece scrivere gli altri, "levatrice" di molti geni, maestro maieuta non solo di giornalismo, ma anche di grafica editoriale, anzi di “buon gusto” (oh, che virtù reazionaria!), e dunque di critica, e perciò, se tanto mi dà tanto, di “pensiero” per moltissimi intellettuali. Così, molti ne salvò, altrettanti ne traviò; parecchi lo ringraziarono, ma altrettanti lo tradirono. Come forse si meritava, del resto. Ma in tutti inoculò il dannosissimo virus della critica e del dubbio, dannosissimo per la loro carriera, s’intende. Al punto che parecchi sotto il Fascismo da fascisti li fece diventare antifascisti (p.es. Arrigo Benedetti); altri in tempi di democrazia tentò, spesso invano per fortuna, di farli diventare da antifascisti fascisti.
      Sì, ma non chiamiamolo opinion maker, per favore. Era molto di meno e molto di più d’un suggeritore per le folle, categoria sociologica che da buon ultra-conservatore disprezzava. Se proprio dobbiamo usare un termine inglese, che lui avrebbe odiato, fu un intellettuale “indoor”, d’interni, cioè al chiuso delle Redazioni. Perciò noto solo agli addetti ai lavori: coloro che a vario titolo scrivevano. Sono stati loro a farne un mito, e che mito! Addirittura l'inventore del primo settimanale popolare o “rotocalco”, come si diceva allora per via del nuovo metodo delle rotative, a cui genialmente impresse un metodo comunicativo, uno stile, un’estetica, dei caratteri, dei grafismi nuovi, stringati, essenziali, molto novecenteschi, rimasti nell’immaginario collettivo degli esteti, di Destra e di Sinistra, come il meglio dell’editoria, soprattutto nel Borghese.
      In chi come me, poi, e mi scuso per l’aneddotica personale, fin dall’adolescenza aveva la passione per il disegno, i caratteri tipografici, la grafica e l’estetica di giornali e libri, fin da quando al liceo classico Tasso di Roma da giovane liberalino presuntuoso credevo che il grande Leo fosse solo un “volgare fascista” chissà perché sopravvalutato, la sua figura mi appariva comunque grande per motivi non culturali né politici, ma puramente “tecnici”, come un innovatore, il maestro indiscusso dell’arte di mettere insieme i contenuti (le idee degli articoli) e la loro cornice formale più adatta. Quella nuova arte grafica e impaginatoria applicata al giornalismo e all'editoria che era cosa così tipicamente novecentesca.
      La stessa arte che si era già insinuata perfino nell’austero pensatore e topo di biblioteca Croce, quanto di meno longanesiano sia esistito sulla Terra, e però un antesignano unico e inarrivabile sia come “titolista” che sforna titoli di per sé stessi capolavori acrobatici (La Storia ridotta sotto il concetto generale dell’Arte, Contributo alla Critica di me stesso, Teoria e Storia della Storiografia, La Storia come Pensiero e come Azione, Perché non possiamo non dirci Cristiani ecc.), sia come dosatore bilanciatissimo ed esteta perfezionista di caratteri, carte e colori di copertina. Un genio premonitore non solo di stile e lingua italiana, ma perfino di estetica grafica. Pochi lo dicono.
      Ecco, Longanesi portava a maturità l’estetica del giornalismo e dell’editoria del Novecento. Fatto sta che quando a diciott’anni ebbi l'incarico di disegnare la testata gobettiana "Energie Nuove" della Gioventù Liberale, lo feci completamente a mano creando un carattere tutto mio e un po' imperfetto, appunto "alla Longanesi", visto che le lettere a ricalco Letraset, allora il meglio, costavano un occhio della testa, e il Partito Liberale non mi dava una lira di rimborso.
      Ma Longanesi era talmente versatile che si occupava di tutto, e in primo luogo sapeva scegliere al volo i bravi scrittori e giornalisti, a cui elargiva famosi consigli e battute fulminanti che poi per decenni avrebbero costituito un corpus apologetico-denigratorio – a seconda dell’ideologia acquisita dai suoi allievi – d'immensa mole, passato ormai nel proverbiale.
      Certo, cinico era cinico, critico era critico, geniale era geniale, creativo anche; insieme ingenuo, visionario e iperrealista, perfino eternamente giovane, provocatorio, ludico e goliardico (fosse stato mondano alto e bello, sarebbe stato il perfetto Boris Vian italiano), sempre a suo modo onestissimo e “coerente” alla propria incoerente ideologia del momento, sempre però liberamente scelta e in coraggiosa, masochistica controtendenza rispetto alla società. Perché era lui, l’umorale, l’incoerente, non il severo Prezzolini, l’italiano medio: un “uomo contro”. Contro il Potente del momento secondo il ritratto che Montanelli andava facendo dell’italiano tipico, buono a incensare chi sembra prevalere, per poi non buttarlo giù dal palco ai primi insuccessi, ma vigliaccamente schiacciarlo col piede quando già è caduto a terra.
      Italiano, addirittura troppo italiano per piacere oggi, anche a chi come me ha sempre rifiutato la “fronda” e la critica individualista e “anarcoide” come prezzo non detto e non nobile da pagare al sostanziale conformismo dell'Homo italicus, quello famigerato del “Franza o Spagna”, della Destra e Sinistra che si equivalgono, degli accomodamenti retorici, del “qui lo dico e qui lo nego”, dei Fascisti e Antifascisti che sotto-sotto sono uguali, delle furberie e delle acrobazie intellettuali che dovrebbero dimostrare che comunque vada si ha sempre ragione, senza mai chiedere scusa (cfr. su giochi di parole e fascismo-antifascismo Pannella, molto longanesiano, e non solo perché citava sempre la famosa invettiva “Buoni a nulla, ma capaci di tutto”). Quindi italiano tipico mentre si definiva “anti-italiano” (un vizio classico dell’italianità perversa).
      Mentre, “anti-italiano” per eccellenza, se permettete, me lo dico da solo, ma non alla Prezzolini o alla Longanesi. All’opposto, per misurare la distanza dal famigerato cinico conservatorismo, lo “stare a guardare” degli Italiani di qualsiasi idea, compresa quella della fronda o della perenne critica distruttiva e anarcoide del Potere, qualunque Potere. Come scriveva il Poeta, è facile, comodo, rimirare cinicamente, sereni ed esteti perché al sicuro sulla placida sponda, il mare procelloso e la barca all’orizzonte che sta per essere sommersa dai flutti. Più difficile per l’italiano medio, Longanesi compreso, è la fermezza delle idee, la costanza dell’impegno etico e politico. E invece, ci vantiamo tutti dell'italianità – e guai a chi la tocca, ed è un bene – su Arte, Natura e Storia (laddove dignitosa), insomma sulla Cultura, sia culturalista sia antropologica (p.es. il cibo).
      Perciò confesso anch'io perfino sul tema Longanesi, quella tipica duplicità, doppiezza, ambivalenza, sfaccettatura (chiamatela come volete) che pare essere un vizio-virtù tipicamente liberale, come concordavamo in uno scambio di lettere con Livio Ghersi tempo fa. E questa duplicità può riguardare non solo la personalità (cioè idee e cultura) ma anche il carattere (le tendenze immodificabili). Perciò, abituati ad avere di ogni cosa almeno due visuali diverse, noi liberali siamo forse i più adatti per metodo razionale e temperamento a interpretare i personaggi incoerenti e doppi, insomma difficili. E dunque, quanto lo capisco, pur criticandolo, questo maledetto-benedetto, fascista-antifascista Longanesi! E non sono il solo: anche il grande liberale Pannunzio, come si è visto, dava questo doppio giudizio. «Genio e cialtroneria» ha sintetizzato troppo severamente un altro provocatore, Paolo Isotta, mentre sarebbe bastato il ludico e il goliardico come per Vian. Ma così ha crudelmente impersonato la terribile Nemesi contro chi, a parole, si era sempre speso contro la cialtronaggine degli Italiani.
NICO VALERIO


MEGLIO LUI DI MALAPARTE; MA NON ENTRA NEL PANTHEON DEI MIEI PREFERITI.
di Livio Ghersi


Proprio quest'estate sono stato indotto ad occuparmi di Leo Longanesi leggendo il libro a cura di Pietrangelo Buttafuoco (Longanesi, 2016). Nella copertina si annunciava la ricorrenza dei primi 60 anni dalla morte, ma, in realtà, questa si verificherà l'anno prossimo, dal momento che Longanesi è morto il 27 settembre 1957.
      Il libro non mi ha soddisfatto, perché Buttafuoco si è limitato a scrivere una trentina di pagine introduttive e poi tutto il resto è una raccolta antologica di brani di Longanesi. Ho letto, quindi, con molto più gusto il libro scritto da Montanelli e Staglieno "Leo Longanesi" (Rizzoli, 1984), che ricostruisce, penso abbastanza bene, la vita e le opere di Longanesi medesimo. Molti anni prima avevo letto: "In piedi e seduti (1919 - 1943)", "Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario" e "Ci salveranno le vecchie zie?". Quest'ultima lettura era stata preceduta da una lunga ricerca del libro, che inizialmente non riuscivo a trovare, ma che tenevo a leggere, per stabilire un confronto con "Vecchie zie ed altri mostri" di Giovanni Ansaldo, che mi era molto piaciuto.
      Longanesi era onesto ed onestamente ricostruisce come un giovane italiano del 1905 sia diventato fascista. Dico meglio, fascista convinto ed arrabbiato, teorico delle virtù educative del manganello. Era la prima fase, quando si è giovani ed il sangue ribolle. Resta però nel lettore una sensazione di sgradevolezza; ad esempio, nei giudizi espressi dal fascista Longanesi nei confronti di Piero Gobetti.
      Poi la ricostruzione del lungo rapporto di amore-odio nei confronti di Benito Mussolini, anche lui romagnolo. Longanesi era troppo intelligente per non diventare progressivamente insofferente nei confronti della retorica del regime; non poteva fare a meno di farsi beffe della stupidità di tanti gerarchi. Divenne quindi frondista e, poiché, seguendo la propria indole, era portato a creare periodici e riviste, dovette sempre lottare per riuscire a pubblicare, aggirando la censura del regime. Dopo la caduta del fascismo e la morte di Mussolini, Longanesi scoprì che, a differenza di quanto faceva tranquillamente la stragrande maggioranza degli Italiani del tempo, non riusciva a diventare "antifascista". Per un'esigenza di rispetto nei confronti di ciò che lui stesso era stato, ossia per onestà intellettuale; ovvero, per un naturale ed insopprimibile anticonformismo.
      Nell'esperienza della rivista "Il Borghese", alla quale collaborarono attivamente anche Giovanni Ansaldo ed Indro Montanelli, convivevano un onesto punto di vista conservatore che, in quanto tale, ha pieno diritto di cittadinanza in una democrazia liberale, ed uno scetticismo di fondo nei confronti delle magnifiche sorti e progressive della repubblica democratica. C'era, oggettivamente, un'ambiguità nel rapporto con le istituzioni democratiche.
      Ciò spiega perché "Il borghese" divenne un punto di riferimento culturale per tutto l'ambiente italiano che non voleva rinnegare il fascismo e che oggi diremmo post-fascista. Spiega anche l'ostracismo dei liberali come Mario Pannunzio, il quale pure tanto doveva a Longanesi.
      In conclusione. Scrittori brillanti come Longanesi, ma anche Ansaldo (il quale, invece, nella prima metà degli anni Venti era antifascista e grande amico di Gobetti) e Montanelli, vanno letti, in primo luogo perché maestri della lingua italiana. C'è sempre da imparare da persone intelligenti e di genio. Umanamente, preferisco di gran lunga un uomo integro, con tutti i suoi difetti, quale fu Longanesi, a personalità come Curzio Malaparte, tanto cinico e disinvolto da poter aderire al PCI di Togliatti. Per il resto, dal punto di vista della costruzione di un pensiero politico-ideale animato dall'esigenza di libertà, io non metto Longanesi nel Pantheon dei miei Autori preferiti.
LIVIO GHERSI


IMMAGINI. 1. Leo Longanesi. 2. Al tavolo di lavoro mentre disegna. 3. Longanesi in via del Corso a Roma con Moravia (al centro) e Albonetti nel 1940.

AGGIORNATO IL 16 SETTEMBRE 2016

12 giugno, 2016

 

Populismo. Che cosa accomuna Renzi, Grillo e Berlusconi? La “democrazia della parola”.


Questione di stile o di sostanza? Non c’è dubbio, di sostanza. Un accentuato risvolto populistico è visibilmente comune a quasi tutte le moderne forme di “democrazia” di massa (se la parola “massa” non fosse tautologica, ovvia, ridondante, quando si parla di Democrazia). E non solo in Italia, in Europa, in Sud-America, ma perfino negli Stati Uniti.
      In Italia, in particolare, con la fine del voto proporzionale finiva anche l’era del parlamentarismo e del partitismo dominanti, che poi si sostanziava nella dialettica continua tra partiti di Governo e partiti di Opposizione, e anche nel bilanciamento dialettico tra partiti alleati.
      Il partitismo aveva prodotto, sì, Governi di brevissima durata, anche se, a ben vedere, coerenti e in continuità tra loro (quindi, instabilità solo apparente, in realtà un sistema stabilissimo), ma anche tanti vantaggi politici, sociali ed economici (dalla Costituzione alla fine del latifondo agricolo, al boom economico). Mentre il sistema che gli è succeduto, il leaderismo bipolare all’americana, finora ha prodotto solo guai, crisi, debolezza, e soprattutto un involgarimento, una riduzione a slogan propagandistici elementari e una spettacolarizzazione della Politica, che ingannano i cittadini e costituiscono di per sé, Governo o Opposizione che sia, non la soluzione dei problemi, ma il problema.
      L’inizio della fine avvenne per tre tappe successive: dopo la crisi politica-giudiziaria del 1992, la discesa in campo di Berlusconi (1994), e l’esplicito accordo tra Berlusconi (Forza Italia, Destra) e Veltroni (Pd, ex Pci, Sinistra), col beneplacito di un’altra mezza figura, Prodi (Pd, ex Dc, Sinistra), sul sistema maggioritario in funzione di un dichiarato “bipolarismo”.
      Oggi, poi, scendendo la scala fatale di una Politica sempre più degradata, Renzi e il renzismo, Grillo e il grillismo, Berlusconi e il berlusconismo, quindi l’intero arco dell’offerta politica, sono accomunati proprio dalla medesima sostanza, che si suddivide in tre componenti, tutte altrettanto inquietanti: natura del movimento, rapporto col Capo, stile di eloquio ed esposizione.
      Che cosa accomuna renzismo, grillismo e berlusconismo? Una strana forma di “democrazia recitata”, retorica, fondata sulla parola, insomma narrata, più che agita, che è il presupposto e il fondamento di una pseudo-democrazia plebiscitaria e carismatica.
      Del resto, ci sono precedenti famosi, tutti inquietanti, in Italia. E tutti, guarda caso, successivi alla “concessione” del suffragio universale nel 1913 da parte di Giolitti (tipico prefetto, abile nel gestire e mantenere il Potere, ma pochissimo interessato alle idee), stranamente senza che nessuna manifestazione popolare, nessun partito, neanche di Sinistra, lo avesse richiesto. Al contrario che in altri Paesi liberali, dove ci furono lotte durissime. E infatti, possiamo dedurre a distanza di un secolo, date le condizioni di atavica, estrema ignoranza delle masse popolari, che la decisione di Giolitti è stata quanto meno prematura e avventata. Ne scaturì, basta dire, il Fascismo, movimento populista e carismatico per eccellenza, fondato sull’immagine e la parola del Capo.
      Altri movimenti populistici in Italia sono stati nell’ordine, a partire dal secondo Dopoguerra, il movimento ultrapopulista di Giannini, L’Uomo Qualunque (da cui “qualunquismo” e “qualunquista”), la Lega Nord di Bossi, Forza Italia di Berlusconi e il Movimento Cinque Stelle di Grillo (da cui “grillini”). Ma perfino nei vecchi partiti il populismo si è insinuato, diventando anzi, il modo nuovo con cui selezionare una "nuova" classe politica, un nuovo leader e nuove parole d'ordine. Com'è il caso del Partito Democratico (ex Pds, ex Pci), con Matteo Renzi. Su questo singolare personaggio avevamo già messo in luce alcuni aspetti problematici di populismo, ben prima che diventasse capo del governo, con un primo e un secondo articolo.
      Ma non abbiamo fatto in tempo a lamentare questa inquietante caratteristica italiana, che a causa della crisi economica internazionale e del fallimento dell’Unione Europea ora anche all'estero stanno assaggiando la pietanza: Sud-America, ovviamente, ma anche Europa (numerosi i partiti populisti: in Ungheria, Austria, Spagna Grecia e Gran Bretagna) e perfino negli Stati Uniti con Trump.
      Tutti questi populismi sono insieme carismatici e personalistici, cioè fondati dalle caratteristiche uniche del capo eponimo, e soprattutto sulla sua parola. Tanto che tra i commentatori si sta imponendo addirittura una nuova categoria classificatoria: la democrazia della parola”, come è facilmente riscontrabile in Italia. Ne ha scritto Biagio De Giovanni in un editoriale sul Messaggero che sembrava promettere molto, ma che poi si è dimostrato deludente e riduttivo, anche se ha innescato una coda di utili riflessioni.
      Dopo aver inventato l'efficace formula lessicale della "democrazia della parola", lo studioso, infatti, non ne ha tratto conseguenze apprezzabili (anche perché il giornale è sempre stato governativo, e più di tanto non può dire). L’autore, neanche la applica a tutti i personaggi che ho detto sopra, ma accenna di sfuggita, allude. Insomma si lascia scappare un'occasione.
      Eppure, dai rischi di una democrazia fondata sulla folla indistinta, tutta uguaglianza formale ma niente contenuti, insomma la classica democrazia senza liberalismo, che spesso degenera in dispotismo e negli artifici retorici dell’Uomo Forte solo al comando, hanno messo in guardia molti grandi storici, filosofi del diritto, politologi.
      Il populismo parlamentare fa sì che ogni intervento ormai sia un comizio demagogico rivolto all’esterno, agli elettori, non ai parlamentari, anche per colpa di una controproducente “trasparenza” formale (dannosa e comunque inefficace, perché le decisioni vere continueranno a essere prese nelle segrete stanze) che ha portato a continue trasmissioni di “Radio Parlamento”. A proposito sarebbe interessante sapere quanti Paesi più liberali e democratici di noi ce l’hanno. E, visto che proprio Radio Radicale è stata la prima emittente radiofonica in Italia a trasmettere le sedute del Parlamento - per una "esigenza di conoscenza" da parte dei cittadini, sostengono i Radicali - viene fatto di pensare che anche il ri-fondatore e capo carismatico dei Radicali, Marco Pannella, è stato a suo modo un politico che ha fondato tutto sulla propria parola (logorroica, autoreferenziale, maniacale), sulla propria immagine, sulla propria potenza seduttiva (carisma), perfino sul proprio corpo. E non è una forma di populismo, e pure molto marcato, questo?
     Ma per paradosso il Parlamento, pur straparlando, non è il luogo in cui la Democrazia della parola fa più danni, pur rivelandosi un sintomo grave di involuzione democratico-dispotica (pensiamo semplicemente al mussolinismo, più che al Fascismo, che fu una “narrazione”, una interpretazione e falsificazione di parola, molto prima di diventare regime). Ma è nel circuito extraparlamentare mediatico (conferenze stampa-interviste-talk show in televisione e arringhe sul web) tra Capo di Governo parolaio-carismatico e Opposizioni populiste-parolaie, che la democrazia liberale si è ormai trasformata in una democrazia raccontata e mistificatoria che potrebbe preludere, in avverse condizioni, al Dispotismo para-democratico.
      Come, appunto, sta accadendo oggi.

19 maggio, 2016

 

Pannella, signor no: guru dei diritti civili, uomo di disobbedienza e di eccessi, Narciso anti-partiti.


Già “personaggio” fin da giovane, già mito vivente per i suoi amici e militanti radicali, Marco Pannella è morto il 19 maggio 2016 a 86 anni di età, ma vivrà a lungo nel ricordo degli Italiani. Con lui l'Italia contemporanea ha perduto il più grande e singolare combattente per i diritti delle minoranze, non solo per i più generali “diritti civili”, e a maggior ragione per i "diritti naturali", dove non ancora riconosciuti (1). Per lui i diritti dei carcerati, dei tossicodipendenti, degli omosessuali, delle donne costrette ad abortire, o delle coppie che volevano divorziare ma non potevano farlo, erano quasi più importanti dei diritti delle larghe maggioranze.
      Pur con le stridenti contraddizioni che furono sempre il suo limite, anche caratteriale (libertario, liberista, anticlericale, perfino anarchico, comunque sempre provocatore all'esterno; e invece accentratore, egocentrico, possessivo e autoritario come un Rasputin all'interno del suo movimento), è stato l'uomo politico più originale e imprevedibile, fuori da ogni schema politico, della nostra Storia recente.
      Ha insegnato a non rispettare gli ordini ingiusti, ma talvolta a rispettarli provocatoriamente, per mettere in crisi quello che chiamava il “Sistema”. Cosicché, un ministro davvero liberale che più di lui avesse avuto il senso dello Stato oltre a quello dell’individuo, avrebbe a rigore dovuto farlo arrestare, lui che amava definirsi, spesso impropriamente, “liberale”.
      Ben prima degli attuali movimenti populistici, ha anticipato il ricorso diretto all’uomo della strada, ai cittadini – a torto da lui presunti migliori e più onesti dei loro rappresentanti – contro i partiti, accusati tutti di “partitocrazia”, di prassi politica illiberale, d'intolleranza e di corruzione. Insomma, era un "movimentista" per eccellenza, ecco perché non volle mai dar vita  – e il suo carattere ribelle e anti-autoritario da eterno guastatore e Giamburrasca, oltre al suo rifiuto delle ideologie, glielo avrebbe comunque impedito – a quel "partito unificato dei laici e liberali" che sarebbe stato necessario in Italia, e che invece Mario Pannunzio, fondatore del Partito Radicale, avrebbe voluto. A tal punto movimentista che neanche un Partito Radicale forte e pieno di eletti volle mai, per non correre il rischio di perderne il controllo.
      Per questo ha sempre privilegiato il rapporto diretto tra sé e le folle come un santone, un profeta Servendosi di un'oratoria debordante, torrenziale, suggestiva come una predica, ma sempre più ossessiva, avvitata su se stessa, autoreferenziale e incomprensibile col passare degli anni. Famosi i suoi discorsi in punta di regolamento e di diritto alla Camera dei Deputati, ma anche quelli appassionati in piazza Navona per il divorzio, e quelli logorroici a Radio Radicale, quando già la decadenza era iniziata.
      Ma se i discorsi erano il mezzo affabulatorio e ipnotico, gli strumenti concreti preferenziali della sua pratica politica "popolare" o di cosiddetta "democrazia diretta", erano soprattutto le denunce penali e amministrative, gli appelli (perfino all'estero: fu tra i primi a citare in giudizio lo Stato italiano alla Corte di Strasburgo), le petizioni, le raccolte di firme di cittadini (i famosi "tavolini" radicali, primi in Italia, utili anche a costituire un indirizzario), le proposte di legge d'iniziativa popolare e i referendum abrogativi. Istituto quest’ultimo che usava come arma impropria contro governi e partiti, di cui ha abusato determinandone in pratica l’attuale scarsa efficacia.
      Ma è stato anche il maestro indiscusso dell'arte della propaganda politica (del tutto sconosciuta o snobisticamente disprezzata dai liberali e dai laici). Così ha insegnato, da uomo pratico esperto di psicologia della comunicazione ed ex-giornalista, a usare magistralmente, perché la stampa e la tv le diffondessero in modo adeguato, le proteste e azioni dimostrative della cosiddetta “non-violenza” gandhiana, interpretandole anche alla maniera dei Paesi anglosassoni, prima con cartelli al collo (gli “uomini sandwich”, che non fanno violenza agli altri interrompendo il traffico come invece fanno i sindacati, erano un’assoluta novità nella provinciale Italia del Dopoguerra), poi con ripetuti digiuni, infine imbavagliandosi in televisione, perfino bevendo in pubblico la propria urina o legandosi con catene. Insomma, da buon attore (istrione, dicevano gli avversari) fece ricorso a qualunque espediente teatrale, pur di avere una citazione in tv o sui giornali e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema che di volta in volta gli stava a cuore. Far sapere era per lui più importante ancora del fare o del sapere.
      L’azione era sempre quella da strada, "sul fatto" concreto, mai ideologica o puramente teorica. Perché libero lo è stato, sì, ma soprattutto dalle ideologie e perfino dall'obbligo della coerenza, attingendo come più gli conveniva – direbbe un politologo – ora al liberalismo, ora al socialismo (eredità del liberal-socialismo di Calogero e del Partito d'Azione: non per caso introdusse l'appellativo di "compagno" per i militanti), ora all'anarchismo; e sempre sorprendendo i suoi stessi "adepti", soggiogati, come i suoi avversari, dal suo innegabile fascino carismatico e dalla capacità di prevedere le mosse degli avversari.      
      Da super-esperto della politica italiana, memoria di ferro e conoscitore di tutti i cavilli, curioso di tutto e amico di tutti, nonostante la sua posizione radicale era stimato anche dagli avversari, ai quali era capace di dare consigli. Il che gli ha permesso di essere per oltre quarant'anni al centro della scena politica; ma anche di passar sopra disinvoltamente sui suoi tanti errori politici, senza ammettere mai di essersi sbagliato. L'unica scusa pubblica fu quella alla famiglia del presidente della Repubblica Giovanni Leone, ingiustamente sospettato e indotto alle dimissioni per una campagna di stampa fatta propria dall'Espresso. In compenso, fu lui a far eleggere il presidente Oscar Luigi Scalfaro che non fu certo un modello di laicismo.
      La sua vera e unica "ideologia" – hanno sostenuto ex radicali pentiti – più che il radicalismo (corrente di sinistra del liberalismo rappresentata nel Parlamento italiano già a fine Ottocento) è stata il "pannellismo", una forma personalizzata d'inguaribile narcisismo, che ha fatto le veci di un'inesistente vera e coerente politica laica, che avrebbe preteso – ecco lo scoglio insormontabile per il suo carattere – accordi con altri partiti, col rischio di dover condividere il potere con altri.
      Grande politico? La politica non è (soltanto) enunciare la propria tesi come verità, la propria verità, ma è confronto con gli avversari, e anche costruzione di maggioranze, dialogo, mediazione, compromesso. E allora lui non fu affatto un buon politico, anzi fu negato per la Politica. Del resto, chiunque può inventarsi con poche parole un obiettivo o un programma, anche il più liberale, umanitario e affascinante del Mondo. Ma se non tiene conto degli altri, cioè degli avversari, delle forze in campo, e soprattutto dei mezzi per realizzarlo, se insomma  non predispone le alleanze, non è né un grande politico né un idealista, è solo un visionario mitomane, quello che gli avversari definiscono un prepotente isolato. Solo lui, a sentirlo parlare, aveva in tasca la Verità. Solo lui era progressista, laico, liberale, liberista, socialista, anarchico ecc. Gli altri, tutti gli altri, erano sempre o corrotti o ignoranti, o ingenui o inadeguati, o conservatori o reazionari. Fu dunque un utopista dotato di una visione assolutistica di stampo quasi religioso.
      Imponeva i temi di forza, a sorpresa, a freddo, dalla sera alla mattina, mettendo improvvisamente grandi partiti e opinione pubblica di fronte al fatto compiuto, senza che già esistesse il minimo interesse o dibattito nel Paese. O si faceva esattamente come aveva deciso lui, spesso senza neanche mettere a parte i compagni radicali, o avrebbe fatto da solo, con i suoi cento militanti. Quello che oggi fanno o minacciano di fare i Cinque Stelle. E regolarmente perdeva. Pensiamo alle raffiche di decine di referendum degli anni Ottanta, chiaramente proposti non per essere indetti veramente ma per mettere in difficoltà i partiti. Pensiamo alll'annoso e multidisciplinare problema delle carceri tirato fuori dal cappello a cilindro in piena crisi economica, quando la gente pensava a ben altri problemi. Le rare volte, invece, che costruiva con pazienza e mediazioni (divorzio, aborto, obiezione di coscienza militare), coinvolgendo l'intero Paese e aspettando che il tema maturasse nel pubblico, vinse.
      Perciò, gli si addice più della banale definizione di uomo “politico” (eppure politico fu, anzi il più astuto, il più machiavellico di tutti, quando sedeva in Parlamento), la figura insolita del missionario che s'è messo in testa di convertire tutti, il profeta, il maestro di vita, il guru indiano che dà l'esempio ai discepoli della propria setta religiosa e testimonia il Verbo con la propria personalità, il proprio carattere, il proprio corpo, la propria stessa vita. Una doppiezza sempre incombente e mai risolta, che ha dato al suo carisma una valenza in qualche modo "religiosa". Religiosità che si è acuita negli anni con una drastica caduta delle campagne anti-clericali e una curiosa attenzione alla Chiesa (dalla campagna per la "fame nel Mondo" proposta al Papa alla rubrica sulla Chiesa e il Vaticano condotta su Radio Radicale da un vaticanista). Attenzione ricambiata. 
      Diviso sempre in due: metà uomo d’azione, metà divulgatore di una sua esclusiva visione del mondo, una propria interpretazione dei valori essenziali dell’uomo, una particolare forma di “saggezza” anticonformistica fondata su un non comune, originalissimo sincretismo: da Gandhi, Capitini e i Riformatori protestanti moralisti e intransigenti (per il versante etico, “spirituale” e non-violento), fino a Ernesto Rossi, Bertrand Russell e Mario Pannunzio (per il versante laicista più razionale, liberale e anti-autoritario).
      Gli ultimi decenni, però, lo hanno visto accentuare sempre più i propri vizi caratteriali all'origine del suo populismo carismatico e ripiegare ancor più su se stesso, al di là dell'apparente vitalismo verbale (ma con la parola sempre meno sicura), in una sorta di strano cupio dissolvi, una curiosa volontà autodistruttiva. Basandosi ormai solo sul carisma personale e l'emotività suscitata, trascinandosi di contraddizione in contraddizione, da un errore politico all'altro (dalla presentazione delle liste col Partito Comunista all'alleanza con Craxi e poi con Berlusconi), non si rendeva conto di essere in pesante contraddizione col suo definirsi liberale e cultore di Benedetto Croce.
      Al contrario di un luogo comune molto radicato, lui che ha sempre parlato con disprezzo dei liberali contemporanei pensando ai signorotti fainéants del Sud («Si alzano tardi al mattino», insomma sono indolenti e senza iniziativa, diceva), ha cominciato a essere dipinto male anche da una parte dei liberali, oltre che da comunisti e democristiani. «Da anni Pannella non è nemmeno radicale, tanto meno liberale», ha scritto un noto esponente liberale di Firenze che in genere pesa le parole. «Da anni si è ridotto alla reclamizzazione di se stesso, in un ossessivo egocentrismo ed egoismo politico. Anzi, impolitico» (v. commento all’articolo su Liberali Italiani, link in alto).
      Quel che è certo, comunque, è che non avremo mai più, tanto meno tra i populisti di oggi, tutti uomini mediocri e incolti, un “intelletto politico” a tempo pieno, eppure così impolitico, un uomo di così grande personalità eppure così "sprecato" nelle piccole questioni, così inutilmente capace di rischiare di persona, così coraggioso perfino fisicamente, così disinteressato al Potere di Governo, ma così interessato al contro-potere di interdizione, così bastian contrario, così imprevedibile e anticipatore, così eccentrico e colto, così sfaccettato e, sia pure a modo suo, cioè discutibilmente, così grande “educatore” o diseducatore, visto che molti suoi allievi fuoriusciti dai Radicali hanno fatto pessime scelte in politica.
      Umano, insomma, troppo umano, nel bene e nel male. La sua ricchissima personalità, era così piena di luci e ombre, pregi e difetti, che ricordare entrambi credo sia il servizio migliore alla sua, questo sì, indiscutibile, intelligenza.

(1). I diritti naturali riguardano gli uomini in quanto tali, come esseri umani (diritto alla vita e all’integrità personale, diritto di libertà personale e di movimento, diritto al nome ecc.) e sono ovviamente assoluti, cioè non riguardano l’organizzazione sociale. Insomma, si può essere liberi e garantiti in quanto uomini, ma non poter votare o scrivere senza censura, per  esempio. Sono i più importanti, i primi a essere stati riconosciuti.
I diritti civili sono, invece, quelli di cui godono gli uomini in quanto parte della comunità organizzata, cioè come cittadini di uno Stato (libertà di pensiero, di parola e di stampa, libertà di associazione, diritto di voto attivo e passivo ecc.). Sono diritti relativi, ovvero in relazione agli altri, e sono stati gli ultimi a essere stati riconosciuti. Presuppongono i diritti naturali fondamentali: chi può votare o scrivere senza censura ha riconosciuti a maggior ragione i diritti naturali fondamentali.

AGGIORNATO IL 14 AGOSTO 2016

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