16 luglio, 2007

 

Quei ragazzi liberali (o radicali?) che combattevano in jeans e camicia rossa

Ora abbiamo i no-global, i verdi, i frati di Assisi, la comunità di S. Egidio, perfino i black-bloc e gli ex brigatisti rossi, che ad ogni vento di guerra urlano "pace, pace". Come dargli torto? Solo che così mettono sullo stesso piano chi vuole la libertà e chi l’opprime. E’ come quando due vengono alle mani e la polizia li arresta entrambi, finendo così per dar ragione al più prepotente.
Ma ci sono stati tempi, altri tempi, in cui tanti giovani idealisti, spesso in rotta col padre moderato o conservatore ("Una testa calda - scuoteva la testa il genitore, - un figlio liberale non lo auguro a nessuno…"), accorrevano da tutt’Europa sotto le bandiere tricolori di Garibaldi, per combattere per la libertà contro ogni assolutismo. Avevano già capito, nell’Ottocento, quello che molti non hanno ancora compreso nel 2007: che non c’è pace senza libertà.
Allora solo le donne, madri, sorelle e figlie, e neanche tutte, odiavano la guerra. Mentre quei giovani idealisti si gettavano, non da "soldati" attratti dal soldo ma da volontari, solo nelle guerre giuste, quelle per la libertà. E spesso, come nella migliore tradizione liberale, per le libertà altrui.
E così i ventenni d’Europa, anche se non avevano mai preso in mano una baionetta si presentavano con la felice incoscienza dei diciotto o venti anni davanti al generale Garibaldi, il loro eroe, il mito vivente, per essere arruolati. E quanti ne morirono nel ‘49, sul colle Gianicolo, strategico per la difesa di Roma dall’Aurelia, contro i più numerosi ed esperti soldati francesi che tradendo la Rivoluzione dell’89 - eh, la politica! - stranamente stavano col papa Pio IX contro la Repubblica Romana di Mazzini e Saffi, che in teoria avrebbero dovuto difendere.
Oggi, chi percorre la passeggiata del Gianicolo fino a Porta S.Pancrazio e prosegue per villa Pamphili partendo dai monumenti a Giuseppe Garibaldi e Anita (le turiste guardano incantate quell'esile donna a cavallo che con un braccio stringe al petto un lattante, e con l’altro punta al cielo una pistola), scopre centinaia di busti, targhe di vie e lapidi dedicate a quei giovani coraggiosi, Erano i "ragazzi del ‘49", uomini e donne, borghesi, aristocratici e popolani, che seppero distinguere tra oppressori e difensori della libertà.
Ricorre in questi giorni (era nato il 4 luglio 1807 a Genova) il 200.o anniversario della nascita di Garibaldi, il più grande e popolare eroe del Risorgimento italiano, senza il cui coraggio né la consumata diplomazia di Cavour, né la filosofia etica di Mazzini sarebbero riuscite a fare, non dico gli Italiani - che sono ancora da fare - ma neanche l’Italia unita.
Garibaldi, spinto di nascosto da Cavour, portò nel Sud. dove regnavano da secoli corruzione e prepotenza, i diritti di libertà dell’Europa liberale, oltre a un minimo di efficienza. L’intero Regno delle Due Sicilie era ancora uno Stato medievale privo d’una vera organizzazione statuale (basta dire che le prigioni erano gestite dai singoli baroni nei loro palazzi), dove l’ingiustizia, la prepotenza e la spoliazione delle classi popolari erano massime, e bastavano il capriccio d’un poliziotto, l’antipatia d’un nobile locale o il malumore dell’incapace Re Ferdinando, attorniato da ministri da burletta, per finire per anni in prigioni inumane. Si legga, contro ogni revisionismo reazionario teso a riabilitare i Borboni e a screditare Garibaldi e i liberali, un’ineccepibile testimonianza dal basso, la ricca autobiografia del marchese siciliano Michele Palmieri di Miccicchè ("Pensieri e ricordi storici e contemporanei", ed. Sellerio), che sperimentò sulla propria pelle, pur essendo un privilegiato, la crudeltà pazzoide di quello Stato assolutista, corrotto, clericale e poliziesco.
Ma torniamo a Garibaldi. Lo strano comandante vestiva, come molti dei suoi soldati, in camicia rosso sangue, forse perché le ferite letali si notassero il più tardi possibile, e pantaloni di resistente tessuto diagonale finemento ritorto "tipo Genova", (da cui l’inglese "genoa’s", pronunciato poi "gen’s", jeans), in origine colorato col prezioso azzurro indaco, così forte che era il tessuto da fatica degli operai, così eterno - e quindi nobile - che già nel Rinascimento se ne traevano mantelli preziosi per i monarchi, come si vede in alcune raccolte di museo. Se non ci credete, andate a vedere i pantaloni jeans di Garibaldi al Museo del Risorgimento, proprio sotto l’Altare della Patria, a Roma. Non sono più consunti di quelli che si vedono per le strade oggi. Vi meraviglierete anche della loro piccola taglia: Garibaldi non era alto di statura.
La spedizione dei Mille nel sud d’Italia fu possibile per una sorprendente serie di condizioni favorevoli. Un’occasione unica che il genio di Cavour, grazie a Garibaldi, seppe cogliere.
Per nostra fortuna, il conte Benso era molto considerato in Europa, e il Generale era amatissimo in tutto il mondo. Solo un anno dopo la spedizione dei Mille, nel '61, l'ambasciatore degli Stati Uniti d'America a Bruxelles, Sanford, su incarico del segretario di stato Seward, e quindi con la piena approvazione di Lincoln, si recò a Caprera per proporre a Garibaldi di assumere il comando in un'armata nordista nella guerra di secessione, guerra "nobile" che aveva entusiasmato il Generale perché era tesa a difendere la libertà di oltre 3 milioni e mezzo di schiavi negri. E anche re Vittorio Emanuale assicurò che nel caso avrebbe dato il suo benestare. Non se ne fece nulla solo perché Garibaldi chiese volutamente una cosa impossibile: dichiarare egli stesso, anziché il presidente Lincoln, la fine della schiavitù. Molti, infatti, lo scongiuravano di non partire: c'era ancora da liberare Roma dal Papato. Da Napoli, che lo aveva eletto deputato, per fermarlo giunse un appello di 22.000 elettori. Evidentemente, non ancora "revisionisti": avevano ricordi freschi di che cos'erano i Borboni...
Ma torniamo alla spedizione nel Sud. Fecero una colletta il Governo di S.M. Britannica, non nuovo a queste intromissioni liberali (già nel '20, ricorda il Miccicchè, gli inglesi avevano tentato di scatenare una rivolta a Palermo), la Massoneria, i circoli protestanti e la Comunità ebraica inglese. La prospettiva dei finanziatori era ufficialmente l’unità d’Italia, con il suo portato benefico di libertà e ordine politico per l’Europa, ma in realtà si puntava anche al ridimensionamento del potere della Chiesa cattolica e alla fine del potere temporale dei papi. Fu consegnato a Garibaldi l’equivalente di ben 3 milioni di franchi francesi, in piastre d’oro turche, allora accettate in tutto il Mediterraneo. Qualcosa come molti milioni di dollari di oggi.
A che servivano? A sostenere i costi della spedizione, a ungere le ruote dei baroni per favorire la sollevazione popolare, ma anche a pagare profumatamente alcuni corrotti generali borbonici, ricordano gli storici revisionisti di provincia. Che infatti - argomentano - pur avendo truppe ben più numerose, e infinitamente meglio addestrate e armate dei Mille, si ritirarono o opposero una debole resistenza.
L’immagine di Garibaldi non ne esce minimamente offuscata. Solo la retorica storica, da scuola elementare, sulle difficoltà della spedizione dei Mille, retorica indispensabile - si sa - a tutti i giovani Stati, ne esce un po’ ridimensionata.
Ma anzi, complimenti postumi all’Italia di allora. Che seppe fare solo guerre stilizzate, simboliche, idealiste, quasi rituali, col minor spargimento di sangue possibile. Gli Italiani per fortuna non amano sparare. Malgrado le camicie rosse, fu un capolavoro di "guerra bianca", cioè diplomazia, spionaggio, intrighi, accordi dietro le quinte, elargizioni di denaro, finzioni, opportunismo, fortuna. Un’occasione unica - ripetiamo - che meraviglia ancor oggi. Politicamente un vero capolavoro, che non avrebbe mai potuto verificarsi né prima né dopo. Pensate solo all’ipotesi d'un rivolgimento del genere agli inizi o alla fine dell'800, oppure nel 900. Tantomeno sarebbe possibile ai nostri giorni, col papa di mezzo. Ci troveremmo le truppe Nato, Onu e magari Usa contro. Impensabile. Ancora una volta, grazie Gran Bretagna.
Il Generale, d’altra parte, pur avendo sulle navi dopo Quarto e Talamone l’equivalente di centinaia di miliardi di lire da distribuire a pioggia nel Sud (fu la prima elargizione a fondo perduto, un’anticipazione della Cassa del Mezzogiorno), fu sempre irreprensibile e visse con poco, ritirandosi a Caprera. Non così si può dire dei suoi figli, coinvolti nella prima speculazione edilizia di Roma. Per ripianare i debiti dei quali, fu costretto ad accettare la lauta pensione del Governo che aveva sempre rifiutato.
Un generale in jeans e camicia rossa, attorniato da ragazzi liberali di buona famiglia che vanno all’attacco in jeans e camicia rossa. Ma poi quando la partita si fa troppo impegnativa ed è in gioco l’unità d’Italia, capisce che non può rischiare di sbagliare, che l’eroismo individuale e i volontari non bastano più, e che magari è più fruttuoso il sistema realistico proposto a Cavour dalle lobbies politiche, finanziarie e religiose inglesi. E così, dopo aver finto di occupare le due navi della società Rubattino, distribuiti cariche, onori e oro, conquista sull'unghia un terzo dell’Italia, la consegna al pavido e imbarazzato Savoia, e si ritira povero a Caprera a sparlare - sempre italiano era - del Governo troppo moderato e attendista.
Chi sa se gli studenti di domani si ritroveranno sui libri di storia questa nuova vulgata, anch’essa un po’ retorica ma più vera della prima, dell’Eroe dei Due mondi, il "generale in jeans". Lui, sì, poteva esser fiero di dire "Lotto per mille" (mille uomini coraggiosi, s’intende). A trovarli, oggi!
Anzi, facciamo nostra la provocazione del bravo Aldo Forbice a "Zapping" (Radio Due). Tutti noi che non ne possiamo più di questa Italia ridiventata corrotta, inefficiente, poco europea, corporativa e illiberale, malgrado gli sforzi di Garibaldi, Cavour e Mazzini, mettiamoci la camicia rossa (per alcuni di noi sarà ancora più duro mettere i jeans, diventati nel frattempo il simbolo dell’ "uomo massa" senz’anima e senza idee…), insomma, vestiamoci da garibaldini e manifestiamo nelle piazze contro i privilegi. In perfetto stile ‘800, però.

08 luglio, 2007

 

Sindacati, imprese e ricerca: così la rivoluzione liberale sarebbe possibile

L’amico docente dell’Università di Roma-2 che ama firmarsi "Il Professore", mi invia le sue note a margine della presentazione sul Salon Voltaire del programma del network Decidere.net. In sostanza - sostiene - chi vorrà realizzare il programma di liberalizzazione, per limitarsi a 3 punti sui 13, dovrà fare i conti col conservatorismo non solo dei sindacati ma anche della Grande Industria, ed anche col problema della ricerca.
.
"Come non condividere da veri liberali i 13 punti di Capezzone? Fa bene Nico Valerio a vederli come prodromi, anzi addirittura parte di una vera grande rivoluzione liberale, che comincia intanto da economia e istituzioni. Non voglio guastare l’atmosfera e fare l’avvocato del diavolo, ma faccio mia la famosa dicotomia liberal-azionista tra ottimismo della volontà e pessimismo della ragione, per rilevare almeno tre ostacoli strutturali e perfino di costume che vanno superati se davvero vogliamo realizzare il manifesto capezzoniano. La vera questione e' questa: quali delle 13 sacrosante proposte sono realmente realizzabili in un paese come l'Italia? Mi limito a 3 punti su 13.
.
Pensioni e sindacati. In un paese normale, i sindacati dovrebbero tutelare i diritti dei loro iscritti (lavoratori, non ex-lavoratori, tanto per cominciare) anche con rivendicazioni e lotte dure, ma sempre e solo su problemi di loro effettiva competenza. E invece?
Invece, come è noto, la triplice (la trimurti, la chiamava Pannella… quantum mutatus ab illo, insomma, altri tempi) si occupa in primo luogo di pensioni di anzianita'. Anche perché quasi il 60 per cento degli iscritti alla Cgil sono pensionati. E viene considerata l'interlocutore obbligato del Governo (di ogni Governo) quando quest'ultimo prepara l'approvazione di un qualunque disegno di legge, spesso anche di interesse extra-sindacale. La chiamano "politica della concertazione con le parti sociali". Di fatto i partiti della maggioranza (Centro-destra o Centro-sinistra) debbono concordare con il partito del sindacato (tipicamente di Cs o addirittura ex-comunista) ogni tipo di provvedimento persino di natura macro-economica (leggi di bilancio, normative tributarie, incentivi finanziari ecc.). I sindacati, in sostanza, esercitano dal 1968 un ruolo di tipo esclusivamente politico (cinghia di trasmissione dell'allora PCI , oggi dei post e dei catto-comunisti). Ormai in Italia la cosa viene accettata come naturale. Al di la' dell’assurda richiesta di abolizione dello "scalone", che denota corporativismo ed uno spietato egoismo nei confronti delle future generazioni, il primo problema titanico e' quello di far tornare a svolgere ai sindacati solo il ruolo che a loro compete. Sara' possibile senza spargimenti di sangue?
.
Grande impresa (GI). Mi permetto di dissentire in parte da Capezzone, quando il leader radicale applaude le esternazioni di Montezemolo. Non che le cose dette da quest'ultimo non siano in gran parte condivisibili, ma e' il pulpito che e' inaccettabile. In altre parole, come puo' il rappresentante della GI, che ha sempre richiesto aiuti statali nei momenti di crisi ("socializzando le perdite" e, ovviamente, privatizzando gli utili) permettersi di esercitare il ruolo di difesa del vero liberismo di impresa?
Voglio ricordare che in Italia e' proprio la GI che non investe in ricerca ed innovazione (0.4 per cento del PIL), limitandosi nella maggior parte dei casi ad acquistare brevetti high tech a costi onerosi sul mercato estero, e accontentandosi d’un guadagno sicuro del 1-2 per cento, invece che avere profitti di gran lungo superiori ma esposti al rischio di impresa. E’ un po’ la logica dei tanti prudentissimi e timorosi laureati piccolo borghesi che in Italia si accontano dell’impiego statale, anziché mettersi in proprio. Ebbene, da noi anche l’impresa è molto paurosa e "italiana".
Ecco il secondo problema titanico. Impareranno i grandi industriali italiani (e non parlo ovviamente di quelli che sono dei puri e semplici finanzieri travestiti da imprenditori e che militano di solito nel Centro-Sinistra…) a comportarsi come i loro colleghi americani, tedeschi, finlandesi, austriaci ecc? La "flat tax" di Capezzone e' sacrosanta, ma, ripeto, richiede anche una vera mentalita' imprenditoriale.
.
Ricerca e universita'. Qui, in quanto competente e direttamente interessato, mi permetto di dilungarmi un po'. Ricordo innanzituto che in Italia la parola "professore universitario" non identifica in modo univoco una categoria professionale. Vi sono infatti almeno 4 categorie di docenti:
Quelli che svolgono esclusivamente attivita' politica in parlamento e che sono andati in cattedra per cooptazione partitica, senza alcun reale merito scientifico;
Quelli che svolgono prevalentemente la libera professione (optando per il cosidetto impegno a tempo definito), ma che, pur essendo in una posizione accademicamente corretta, non forniscono certo contributi al progresso delle scienze (tecnologiche, umanistiche o sociali che dir si voglia);
Quelli che pur avendo optato per l'impegno accademico esclusivo, una volta terminata la loro lezioncina, si limitano a rara o addirittura a nessuna attivita' di ricerca scientifica;
Quelli che - finalmente - hanno un impegno del tutto confrontabile con i loro colleghi di universita' straniere. Aggiungo che questi ultimi sono molti di piu' di quello che si ritiene, ma che hanno spesso uno scarso peso nelle strutture o visibilita' pressoche nulla all'esterno delle universita', per ostracismi di tipo baronale. Inutile ricordare che le remunerazione e l'evoluzione della carriera dei professori universitari e' identica a livello nazionale.
Capezzone ha dunque non una ma mille volte ragione quando propone con forza:
la differenziazione delle retribuzioni fra le universita' e fra i dipartimenti italiani;
l’abolizione del valore legale del titolo di studio a livello nazionale, intendendo con cio' differenziare il titolo conseguito in una universita' di prestigio da una periferica;
finanziamenti non dati "a pioggia", ma distribuiti in base al prestigio delle universita', e significativamente aumentati per i centri di eccellenza (che, ripeto, esistono anche in Italia).
Sfortunatamente, il peso elettorale degli addetti alla ricerca non è significativo. I politici (sia di Destra che di Sinistra), al di la' delle enunciazioni di principio, non hanno quindi mai compiuto azioni concrete per realizzare la valorizzazione delle universita' produttive (ignorando fra l'altro anche il protocollo di Lisbona). Si pensi che, di fronte all'esigenza di conseguire investimenti in ricerca pari almeno al 3 per cento del PIL, l'Italia si e' sempre collocata al di sotto del' 1.5, con percentuali minime proprio negli investimenti in ricerca applicata (vedi il punto 2).
Questo pessimo governo ha poi addirittura tagliato indiscriminatamente i finanziamenti ordinari senza alcun criterio meritocratico. Ecco quindi il terzo problema titanico: liberalizzare il mondo della ricerca, tagliando si' i rami secchi ma aumentando in modo cospicuo i finanziamenti nei settori di eccellenza.
Non mi dilungo sugli effetti perversi della cosidetta legge Bassanini, che ha fornito autonomia di spesa ai bilanci universitari senza una reale autonomia amministrativa (tasse universitarie bloccate a valori fuori mercato, regole arcaiche per le Fondazioni, mancanza di significativa detassazione per i finanziatori ecc..)
Cari amici liberali, la guerra da combattere e' questa. Se non si puo' realizzare una grande rivoluzione liberale, si tenti almeno di conseguire una rivoluzione possibile".
IL PROFESSORE
.
Caro amico professore, alla fine del tuo articolo, mi chiedo: "E allora?". Se ho capito bene il tuo pensiero, qui più che contrapporre "riforme liberali ideali" a "riforme liberali possibili", come avevi preannunciato nel titolo, metti in evidenza che le riforme capezzoniane si potranno realizzare, nei tre campi da te esemplificati, solo se si affronteranno i nodi corporativi, di potere e di costume che stanno dietro. Altrimenti - è il mio modesto parere -non è che si farà una riforma liberale a metà, o almeno una "possibile", ma non si farà proprio nessuna riforma liberale. Mi scuso per la tautologia, ma è ovvio che nel momento in cui l'età della pensione dovesse essere portata a 65 anni per tutti, o le Università italiane dovessero essere assoggettate a criteri di valutazione ed efficienza, queste stesse misure parlerebbero da sé dell'abbasstimento dei privilegi delle rispettive baronìe. Quelle che tu avanzi, insomma, non mi sembrano condizioni ulteriori, perfezionistiche, ma essenziali o strutturali, del disegno di Capezzone (NV).

05 luglio, 2007

 

Capezzone: merito e competizione, il progetto di un’Italia anglosassone

A Roma, in largo Goldoni. Ma nonostante gli scherzi della toponomastica, non si rappresentava la solita commedia all’italiana. Anzi, si respirava insieme ai gas di scarico delle auto un genuino understatement britannico, con quei stringatissimi obiettivi ("13 cantieri per una politica ad alta velocità") che potrebbero cambiare l’Italia in un Paese quasi anglosassone, per la prima volta nella sua storia fondato sul merito, la rimozione dei privilegi, la concorrenza, il superamento delle corporazioni. Non è poco.
E' un pacchetto di medicine pragmatiche e riformatrici l'obiettivo che sta dietro il network decidere.net. Anzi, è la prima volta che si propongono cure così profonde ai malati di Destra e di Sinistra. Per metodo e soprattutto per contenuto della ricetta, il medico Capezzone - anche se giura sul bipolarismo - sembra indicare ad un'Italia appiattita su due Poli poco o nulla liberali una terza posizione liberale e liberista, e in futuro, ne siamo certi, anche più laica. Il che finirà per porre prima o poi anche il problema della riunificazione di questa diffusa Italia liberale, che oggi i sondaggi danno ad oltre il 30 per cento (v. il sito dedicato Liberali Italiani).
Certo, non è un partito, ma per ora un movimento leggero, perfino virtuale, un collegamento di persone e idee innovative fondato sull’economia liberale, quello presentato a Roma, in strada, in fondo "alla radicale", da Daniele Capezzone. Ma è probabile, se avrà successo, che sia visto anche - lo ripetiamo - come un primo passo concreto nella direzione di una grande aggregazione riformatrice per una vera rivoluzione politica e di costume in Italia.
Un progetto radicale (e speriamo che Capezzone non dimentichi di esserlo, radicale), perché va alla radice dei mali. Ma moderato, perché non utopistico, anzi realizzabile in breve tempo, come lui stesso ha spiegato. E in questo carattere realisticamente "visionario" rivela l’imprinting del migliore Pannella, quell'eterno giovane-vecchio che disegna scenari fantasiosi, che poi puntualmente si realizzano 5 o 6 anni dopo. Quello stesso Grande Vecchio che ora, però, gli si è ritorto contro per gelosia più che per divergenze d'idee, e lo sta emarginando dal partito.
Ma, dei due, il più saggio di gran lunga è il più giovane. La sua prudenza è tale da avergli giustamente suggerito un passo alla volta, senza megalomanie. Quindi, pur avendo punzecchiato in passato il pan-economicismo dell'amico Della Vedova, ha deciso giustamente di cominciare le riforme da mercato e concorrenza, perché, come insegnano la storia del Liberalismo e perfino quella dell’Europa, è dalla libertà economica che scaturiscono le altre libertà, non viceversa.
.
Ecco gli obiettivi:
.
Tassa unica del 20 per cento.
Federalismo fiscale.
Presidenzialismo. Una sola Camera. Abolizione delle Province.
Deducibilità delle spese per sanità e istruzione.
Privatizzazioni (Rai, Ferrovie, Alitalia, Poste e servizi pubblici locali). In Spagna Aznar nel primo anno di govermo ha privatizzato le 29 maggiori aziende pubbliche.
Responsabilità patrimoniale dei pubblici amministratori.
Semplificazione delle pratiche per chi apre un'impresa ("Impresa in un giorno").
Riforma delle pensioni. Uscita a 65 anni, graduale e non obbligatoria, per uomini e donne.
Statuto dei lavori con tutele minime inderogabili (da un’idea di Biagi e Treu).
Lavoro straordinario senza tasse, e aumenti salario legati all’andamento dell’azienda.
Abolizione del sostituto d’imposta per lavoratori dipendenti.
Superamento degli ordini professionali per rendere più aperto l’accesso alle professioni.
Abolizione del valore legale dei titoli di studio e valutazione dei docenti.
.
Inutile chiedersi "perché mancano altri temi". Non si tratta d'un partito. Il logo-network è economico e istituzionale, i 13 obiettivi sono stati scelti tra quelli in materia più rapidamente realizzabili, perché su questi e solo su questi si sono messi d’accordo i primi sostenitori. Una piattaforma, cioè, che è in qualche modo frutto di una ragionevole mediazione politica.
Più sensato sarebbe chiedersi come farà in un secondo momento l’ottimo Capezzone, ora che non è più solo, ad affrontare temi come diritti e laicità con alcuni compagni di strada firmatari del manifesto di Decidere.net, che sono liberisti sì, ma piuttosto conservatori o moderatamente clericali su quegli argomenti. D’altra parte Daniele non ha più al seguito i veloci e omogenei Radicali Italiani, abituati a buttarsi nelle iniziative a corpo morto e come un sol uomo, ma qualcosa che somiglia a una coalizione, e che traspare dalla lista dei firmatari. E deve tenerne conto. Ma diamo tempo al tempo: tutto cambia in fretta.
Carto, a nostro parere, alcune cose vanno migliorate o cambiate subito.Il logo è prosaico e sembra quello d'una società di consulenza che addestra managers con corsi full immersion. "Decidere"? Certo, è quello che dovrebbero fare i governanti italiani, e non fanno mai per non perdere consensi attirati con l'equivoco, dicendo di sì a tutto e al contrario di tutto. Ma allora qualunque verbo andrebbe bene. Perché non "pensare" prima di agire, "informarsi" e "studiare" prima di decidere, "saper fare", "formarsi" delle idee, o altrimenti, per non sapere né leggere né scrivere, limitarsi a "copiare" gli anglosassoni? Anche perché, in quanto al decidere, si sa, qualsiasi casalinga è efficiente e sbrigativa, e troppi sindaci (primo tra tutti Veltroni) ci hanno abituati ad un decisionismo rapido sì, ma ugualmente inconcludente e pieno di errori. Che poi puntualmente devono essere corretti.
L'efficacia psicologica della comunicazione sul network, poi, andrebbe potenziata. Come anche il panel di base dei consulenti (ammesso che i firmatari siano anche consulenti). Altrimenti, anche il perfetto comunicatore individuale, l'attore politico per eccellenza, come già è accaduto a Berlusconi e Pannella, rischia di non saper più comunicare attraverso un gruppo, un soggetto collettivo, dove la dinamica delle competenze e lo spezzettamento di eventi rende tutto incontrollabile, contraddittorio, non significativo e casuale. E invece ogni pur minimo particolare è fondamentale nella psicologia della comunicazione, specie in Italia, Paese ad alto tasso di emotività e irrazionalità, dove "la prima impressione è quella che conta".
"Pensare insieme", quindi, affrontare i problemi sempre in team, mai in solitudine: questo dovrebbe essere il metodo di lavoro "anglosassone" per il nuovo network. E gli amici esperti nelle più diverse branche non dovranno essere consultati separatamente, ma dovranno poter interagire e stimolarsi a vicenda - male che vada, in teleconferenza - in modo da innescare dinamiche moltiplicative e creative. E' così che nascono le idee geniali. Tutti i leader liberali occidentali lavorano così. In particolare mi sentirei di consigliare due livelli: un team ristretto, più politico-gestionale, per affrontare le decisioni correnti, e un team allargato per aggiornamenti di programma e più ampie strategie.
L'immagine esterna, dai filmati, ai loghi, dalla grafica ai siti web, dalle interviste ai comunicati, dovrebbe essere sempre supervisionata da psicologi della comunicazione. Per evitare che il nuovo soggetto possa illuderci perché piace, magari, a politici di professione e managers, ma non ai giornalisti e alla gente comune che poi va a votare. E invece è a questi che bisogna indirizzarsi, non alla corporazione dei politicanti di professione.
Anche perché c'è il dato sociologico che contrasta con un Parlamento non rappresentativo e inadeguato: c'è più liberalismo e modernità tra la gente che nelle istituzioni. Ecco perché sarebbe utile, fra qualche mese, un grande Manifesto-appello.
Infine l'ambiente, l'ecologia, che vuol dire anche controllo degli sprechi e risparmio di energia. L'ecologia liberale, rigorosamente fondata sulla scienza e sui contrastanti diritti di libertà (diritti di proprietà e di iniziativa, ma anche di godere il paesaggio e la Wilderness, cioè la Natura selvaggia), è oggi la sola praticabile. E invece, non sembrano esserci firmatari esperti di ecologia nel Manifesto. Infatti, l'approccio solo economicista dell'Istituto Bruno Leoni, ottimo nelle liberalizzazioni, non basta ad affrontare i temi dell'ambiente, dove regnano semmai le scienze naturali e la biologia. E abbiamo dimostrato, anche con un Manifesto, che l'ecologia liberale non è l'anti-ecologia. Perciò, bisognerà guardarsi in futuro dal prendere in materia posizioni reazionarie e negazioniste, che contrastano col progressismo delle scelte economiche e politiche contenute nei 13 punti.
In sostanza, con qualche piccola rettifica, il nuovo soggetto riformatore e liberista "in progress" ci sembra destinato ad incidere in modo molto positivo sulla realtà economica e sociale italiana. E perciò devono aderirvi tutti gli italiani che vogliono che il proprio Paese somigli di più all'Europa, che non solo sia più moderno e ricco - perché questa sarebbe una visibile conseguenza delle riforme - ma che garantendo le medesime possibilità a tutti, senza privilegi ai soliti "raccomandati" dell'economia e della politica, faccia emergere migliaia, milioni di nuove personalità, di nuovi soggetti attivi. Viene in mente l'Einaudi "sociale", quello della "eguaglianza nei punti di partenza" che rende tutti più liberi.
Ricordiamo, perciò, a lettori e associazioni che il network che vuole cambiare l'Italia ha bisogno dell'adesione di tutti (singoli, gruppi, club, esperti), cosa che si fa senza formalità in 30 secondi sul sito. Perché deve radicarsi ovunque, se vuole essere una rete efficace. Le riforme per essere condivise devono cominciare tra la gente, non nel Palazzo. Buona fortuna, Daniele.

02 luglio, 2007

 

La fatwa di Pannella contro Daniele copre di "guano" i Radicali (quelli veri)

"Pensate, compagni, gli avevamo appena tolto la trasmissione "Stampa & Regime" a Radio Radicale, e lui già aveva trovato spazio su Radio 24, la radio della Confindustria! E in poche ore! Incredibile!".
L’acme dell’incolpazione, il tòpos, in una stringente logica femminile, sia pure radicale. Una "aggravante" da Santa Inquisizione, dove il non-sense, come l’umorismo, è sempre involontario e l’ironia - si sa - non è di casa.
La memoria gioca brutti scherzi. Era il Cardinal Bellarmino davanti al povero eretico sulla terribile "ruota", o il colonnello del KGB Popov alle prese con un presunto dissidente nei sotterranei della Lubianka? Eh, saperlo… "Nonostante sia colpito al volto, il reo ha addirittura l’ardire di difendersi. Avete visto, è diabolico! Raddoppiate i colpi!"
Una vera e propria mozione della vergogna, è stata votata questa sera alla fine del Comitato nazionale dei Radicali (sì, una volta tanto quelli veri, i pannelliani, ma stavolta avremmo preferito fosse Rifondazione Comunista).
E’ accaduto nel tardo pomeriggio, intorno alle 18, quando molti intuita la mala parata e usando i treni del ritorno come scusa, se n’erano già andati. 28 membri favorevoli, 3 astenuti e 8 contrari.
Così, come in un Politburo sovietico degli anni 50, senza la minima psicologia, senza calcolare il discredito che ne verrà per anni ai Radicali e la falcidie in termini di iscrizioni e di voti (voglio vederla ora l’amica Rita Bernardini chiedere in modo accorato "almeno 2000 iscritti"), una mozione durissima e infamante addita nel preambolo come un fannullone qualsiasi, che profittava dei permessi per marinare il Parlamento, che si faceva pubblicità e carriera personale in tv - questi gli argomenti dell’accusa nel "processo" ad imputato assente - proprio quel Daniele Capezzone che è stato l’osannato e votatissimo Segretario politico dei Radicali Italiani per la bellezza di otto anni, descritto perfino dal geloso e invidioso Pannella come "geniale", "mostruoso", "unico", uno che studiava e si documentava tanto da dormire solo quattro ore per notte (e qualche notte, vuole una leggenda, perfino nella sede radicale di via di Torre Argentina), uno che rispondeva alle email in pochi minuti, uno che nei dibattiti a differenza di certi bolsi leader radicali era sempre preparatissimo su tutto. Era.
"Era", perché come appunto per gli ex-segretari del Partito Comunista Sovietico, si viene a sapere, guarda caso dopo la sua defenestrazione, che in realtà era un fior di "farabutto", un pericoloso "anti-partito", un "individualista" senza scrupoli.
Nulla di vero, ovviamente: Capezzone è ormai un uomo pubblico, lo conoscono e apprezzano tutti, è una risorsa geniale della politica italiana. Ma negli asfittici ambulacri di via Torre Argentina, il guru e i suoi adepti, ormai settari e fuori del mondo a forza di vedersi sempre tra di loro, credono che qualche militante ottuso di Isernia o Bergamo (diciamo a caso) possa dar credito alle meschine e false accuse nei confronti d'un parlamentare che fa politica 24 ore su 24. Come la fa, è una sua scelta, fa parte della sua libertà, e non deve render conto al Partito, ma semmai ai suoi elettori. Che stravedono per lui.
Anche perché tutti sanno che la politica la si fa dappertutto, e la si può fare anche fuori dal Parlamento, specia da quando Camera e Senato sono state degradate a camere di piccola e minuta amministrazione, altro che politica (la strada in località Bel Poggio, la pensione speciale al professor Rossi, i rifiuti di Caserta, la caccia agli uccelli vietati... E' politica, questa? O non dovrebbero pensarci Comuni e Regioni?).
Che figura "di guano" (eufemismo a prova di querela inventato da Pannella), che vergogna per il partito del mite filosofo Calogero. Che avrà pure sbagliato col suo "ircocervo" liberal-socialista (s’è visto che fine fanno le "Rose nel pugno": deperiscono fino a diventare "pugnette", ha scritto Mellini, un altro radicale colpito dal mobbing staliniano di Pannella), ma sarebbe emigrato pur di non vedere quello che è successo ieri a via di Torre Argentina. Sciocchezze simili denotano il minus habens, sono bucce di banana da veri imbecilli costituzionali, direbbe un Lombroso della politica.
Perfino il public relation man della peggiore discoteca di Teramo, città di Pannella, sa che incolpare "per screditarlo" chi è stato non solo il più geniale segretario mai avuto dai Radicali, ma lo è stato per ben otto anni, e nell’ammirazione e stima generale, vuol dire darsi la zappa sui piedi in una folle mania autolesionistica. Il che, se non si trattasse del "genio" Pannella, ben noto anche ai portantini, indurrebbe chiunque a chiamare l’auto-ambulanza del 118.
E, anzi, in quell'occasione bisognerà che un buon infermiere di nosocomio avverta i dirigenti dei Radicali Italiani, a cominciare dal "duro" D'Elia, autore della - diciamo così - "documentazione" sulle presunte malefatte del reo Daniele, dell'esistenza d'un sillogismo psicologico elementare, che in teoria avrebbero dovuto conoscere fin da bambini: "se voi bastonate un gatto, tantopiù se ingiustamente, questo non si farà più vedere". Non potete accusarlo di "essersi allontanato".

 

Appello per non far decadere il Trattato sulla Costituzione dell’Europa

Salviamo l'Europa! La crisi in cui si dibatte da quando si è visto che solo alcuni Paesi vogliono la Costituzione (o meglio questa Costituzione), rischia di mettere la parola "fine" ad un'effettiva unità politica del Vecchio Continente. Il che, per noi liberali e federalisti, è l'evenienza peggiore che si potesse immaginare.
Che fare? L'uovo di Colombo è procedere a due velocità, cioè considerare nel frattempo subito valida la Costituzione per i Paesi che l'hanno sottoscritta. Un'idea nient'affatto peregrina e che ha degli insospettati precedenti storici, proprio in Europa, come spiega il prof. Scarpa, che si è incaricato di stendere l'appello che riportiamo:
.
"Società civile ed Istituzioni non possono passare sotto silenzio le esternazioni del Capo dello Stato italiano, che nell’esercizio della sua funzione costituzionale di rappresentanza dei sentimenti collettivi della Nazione ha manifestato tutta la delusione per le conclusioni del Consiglio Europeo di Bruxelles del 23 giugno scorso, ed ha affermato la necessità d’una "Europa a due velocità" nel processo d’integrazione politica supernazionale.
Il processo d’integrazione europea, in realtà, non ha mai proceduto per consenso unanime, ma per scelta di taluni Stati e Popoli che hanno deciso d’andare avanti, comunque, sulla via di una unione più stretta.
La prima idea d’una Comunità carbosiderurgica, da cui ha preso le mosse tutto il moto che ha portato all’attuale Unione Europea, concretatasi nel 1951 tra soli sei Stati, fu la scelta di questi d’andare oltre il Consiglio d’Europa e l’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica, quando governi d’altri Stati respinsero la proposta Spaak del 1949, intesa ad avviare l’integrazione economica in quell’ambito più ampio.
Così, oggi, sarebbe del tutto in armonia con questo indirizzo, se gli Stati membri dell’Unione Europea che hanno ratificato il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa decidessero autonomamente di farla entrare in vigore tra loro, pur continuando a partecipare alla più ampia Unione Europea.
Esattamente come, un tempo, l’avvio dell’integrazione economica non comportò l’uscita dei sei Stati membri fondatori delle sue Istituzioni supernazionali dal Consiglio d’Europa e dall’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica, o come, all’epoca del Trattato di Maastricht, il rifiuto della piena unione economico monetaria e dell’approfondimento della politica sociale da parte di alcuni Stati membri non hanno inibito questi progressi agli altri.
Anche adesso, gli ostacoli nascenti dall’uso diversificato, per procedure, composizione e taluni contenuti, delle Istituzioni supernazionali, potrebbero essere risolti da norme ad hoc, convenute in un protocollo d’intesa istituzionale. Quando v’è volontà politica si trovano le soluzioni formali, viceversa s’adducono difficoltà giuridiche per mascherare ai popoli la mancanza di volontà.
Oltretutto, le cosiddette due o più velocità nei processi federativi, manifestano un principio liberale. E', anzi, il veto che ha natura dispotica, in quanto volontà d’un soggetto d’impedire la scelta libera degli altri. Altrettanto valga per il principio maggioritario, che impedisce al dissenziente di sottrarsi alla sudditanza alla altrui volontà. Invece, il riconoscimento della libertà dei volonterosi d’andare oltre, senza né obbligare altri a seguirli, né impedire a loro l’azione, rispetta la libertà di tutte le parti.
Per questo facciamo appello a società civile ed Istituzioni perché prendano l’iniziativa di promuovere una Conferenza degli Stati che hanno ratificato il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, al fine di concordare tempi e modi d’entrata in vigore del Trattato stesso tra loro, e negoziare un accordo istituzionale con gli Stati dell’Unione Europea che non hanno ratificato il trattato istituzionale.
.
RICCARDO SCARPA - Docente universitario Diritto Comunitario
VALERIO ZANONE - Senatore della Repubblica
KATIA BELILLO - Deputata al Parlamento
BEATRICE RANGONI MACHIAVELLI - Pres. Comitato Economico Sociale UE
EDOARDO TORTAROLO - Docente Università del Piemonte
ELIA BOSCO - Ricercatore Università Torino
DORA MARUCCO - Docente Università di Torino
GIANNI CAROLI - Docente universitario Letterature comparate
NICO VALERIO - Scrittore scientifico

ANNITA GARIBALDI JALLET -
GIUSEPPE GARIBALDI -

TULLIO MONTI - Coord. Consulta Torinese Laicità Istituzioni
PALMIRA NAYDENOVA - Direttivo EHF European Humanist Federaion
STEFANO VITALE - Pres. CEMEA Piemonte
ANTONIO SOGGIA - Pres. prov. ARCIGAY Torino
EVA QUINTO - Ass. Femminile "Frida Malan"

NICOLA PANTALEO - Pres. Ass. “31 ottobre per una scuola laica" (evangelici italiani)
ANNALISA BUTTO' - Regista Rai

GIUSEPPE MOLINARI - Centro evangelico di cultura “Arturo Pascal”
FRANCESCO PROIETTI RICCI - Pres. Interregionale Ligue Droits de l’Homme

GIORGIO CASTRIOTA - Già dirigente CECA
GIAMPIETRO SESTINI - Segr. Libera Uscita
EDMARA DE SIANO - Ass. Femminile "Frida Malan"

SIMONE GIGIARO - CEMEA Piemonte
SONIA SCAZZOCCHIO - Sinistra Ecologista (Torino)
VILMA SONEGO - Agente immobiliare
MIMMO DI FRANCIA - Autore musicale
NAPOLI LIBERA - Associazione culturale
FRANCA GAY - Ass. Femminile "Frida Malan"
CLAUDIO SCAZZOCCHIO - Sinistra Ecologista (Torino)
ALFREDO ARPAIA -
PIETRO BOLDRIN -
GIOVANNI PRATESI -
ANTONIO GAGLIARDI -
ENNIO PONTIS -
FRANCO GRASSI -
MARIO GALLORINI -
MASSIMO VISMARA -
GIANLUCA PALMIERI -
ENRICO SBAFFI -
MAURIZIO LIVREA -
.

COME SOTTOSCRIVERE L'APPELLO. Accogliamo volentieri l'appello del prof. Scarpa, e invitiamo politici, intellettuali, docenti e semplici cittadini a sottoscriverlo. E' probabilmente il solo modo per rilanciare e salvare l'unificazione europea.
Per unire il proprio nome è sufficiente inserirlo nei commenti o inviare una email all'indirizzo del sito ("Scrivi", sul colonnino a sinistra).

This page is powered by Blogger. Isn't yours?