26 novembre, 2010

 

Pannunzio come Cavour: il Liberalismo che si fa fantasia, passione, volontà, insomma vita

LADRI DI CADAVERI. Oggi c’è la corsa ad impossessarsi della salma imbalsamata di Mario Pannunzio, mitico fondatore del Mondo (1949-68). Oltretutto molto citato, spesso a sproposito, quasi come il coetaneo Flaiano (curioso: nacquero lo stesso giorno e lo stesso anno). Certo, condivisero la ginnastica mentale laica dell’ironia, delle battute taglienti, degli aforismi. E a forza di battute, critiche e ironia, magari ideando e appuntandosi al bar gli articoli di fondo e i “Taccuini”, Pannunzio fece del Mondo il più bel settimanale che l’Italia abbia avuto, dopo aver fondato e diretto il più bel quotidiano politico: Risorgimento Liberale (1944-47).
E chi non è stato, almeno un po’, flaianeo o pannunziano? Sono tanti, troppi, i pannunziani asseriti, pretesi, vantati. Improbabili o marginali quasi come i sedicenti “liberali”.
Fatto sta che Mario Pannunzio da morto ha dovuto subire senza poter reagire molti più affronti che da vivo, compreso quello della ripetuta traslazione della salma.
La Sinistra, una certa Sinistra, dice di amarlo, in chiave antifascista in ritardo, censurando tutto ciò che Pannunzio diceva della Sinistra.
La Destra, una certa Destra, ora dichiara provocatoriamente di apprezzarlo, ovviamente in chiave anti-comunista fuori tempo massimo, senza riferire tutto il male che Pannunzio pensava, diceva e scriveva della Destra.
Sfugge ad entrambe le parti, prive di idee e quindi obbligate a dividersi tra loro in modo artificioso ed elettorale, che Pannunzio non era così stupidamente bipolare, tifoso. Era invece imbevuto di cultura liberale, e dunque non accettava questa come qualsiasi altra bipartizione, che non vuol dire nulla, neanche sul piano ideologico. Tranne una cosa: che nessuna delle due parti, Destra e Sinistra, è liberale.
Il paradosso è che spesso l’azione macabra del furto della salma del Grande Lucchese è compiuta dai più lontani da lui, magari conservatori della più bell’acqua, oppure tipi Narcisi e istrionici della politica e del giornalismo che approfittano per crearsi una biografia fasulla, per mettersi in luce e proporsi come interpreti di un nuovo galateo politicamente corretto: il “pannunzianesimo snob”. Pensando ovviamente, essendo snob, più al Mondo, che vendeva poco (circa 15 mila copie) che al Risorgimento Liberale, che vendeva molto, molto più dell'Unità (100 mila contro 40 mila).
Il pannunziano abusivo, ripetiamo, può essere di Destra o di Sinistra, perché nella generale crisi di identità e ideologie la strumentalizzazione delle icone liberali fa gola a tutti, dal senatore Pera, anti-laicista e filo-ratzingeriano (e il povero Pannunzio nella tomba fa un mezzo giro su se stesso), fino al commentatore Scalfari, dichiarato da Pannunzio stesso in una singolare, quasi comica ultima volontà “persona non gradita” ai suoi futuri funerali (altro mezzo giro nella tomba). Ma sì, sarebbe stato un funerale squisitamente pannunziano: pensate, uno Scalfari in nero che per non dare nell'occhio segue il feretro, non visto da nessuno ma eternato da una cinepresa, a un chilometro di distanza da cotanta bara. Un surreale film alla Bunuel.
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Dell’intellettuale liberale si è discusso a Roma in una tavola rotonda presso l’editore Rubbettino, che ha fatto uscire una breve raccolta di interventi di Pier Luigi Battista, Marcello Staglieno, Girolamo Cotroneo, Giorgio Gallino, Carlo Sodini, Mirella Serri, Pier Franco Quaglieni, Angiolo Bandinelli, Mario Soldati (“Mario Pannunzio. Da Longanesi al Mondo”, pp.155, euro 14) a cura di Pier Franco Quaglieni, direttore del Centro Pannunzio di Torino, fondato tanti anni fa, in tempi non sospetti di snob-pannunzianesimo, da Olivetti e Soldati.
A discuterne erano Mirella Serri, Marina Valensise, Angiolo Bandinelli, Andrea Velardi, Nico Valerio e Pier Franco Quaglieni, presentati dall’editor della Rubbettino.
Che dire? Poiché il tempo è tiranno e la buona creanza impediva di leggere una lunga nota, esporrò qui gli appunti schematici sui quali ho improvvisato il discorso, dicendo purtroppo, per ingentilire la relazione e non risultare noioso, la metà della metà dei concetti che mi ero prefissato di dire.
Ebbene, i concetti erano questi:
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PANNUNZIO E CAVOUR: VITE QUASI PARALLELE. Questo centenario pannunziano (Pannunzio ebbe l'accortezza di nascere nel 1910, cento anni esatti dopo Cavour, che era anche il suo mito) è stato tutt'un tirare per la giacchetta la statua di cera del Grande Lucchese, geniale inventore del Mondo, il più intelligente giornale italiano. Ed anzi, ci sono stati club, gruppi e comitati pannunziani che si sono fatti la lotta tra loro.
Ma il plurimo furto della salma appare immotivato, anche perché i liberali di ieri, di cui Pannunzio era un grande esempio, erano ben diversi da quelli di oggi, moderati a differenza di Pannunzio non tanto nelle scelte politiche, quanto di intelligenza e di idee.
Singolare la coincidenza del centenario di Pannunzio col bicentenario della nascita di Cavour, mentre si comincia a celebrare il 150. dell’Unità d’Italia. Il Caso si diverte a mettere insieme eventi che poi, letti dagli uomini, assumono un valore significativo. Pannunzio avrà certo apprezzato quel secolo esatto di distanza dal suo Cavour: teneva il suo ritratto ufficiale in grande uniforme sulla scrivania
Ma suggerisco anche altre analogie tra i due uomini liberali. Nonostante che Pannunzio fosse un vero intellettuale, e fin dalla giovinezza, mentre Cavour, vincendo un proprio complesso, lo diventasse nella maturità.
In effetti, a ben vedere, entrambi
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1. Ebbero una famiglia di livello elevato, ma una adolescenza e una giovinezza qualunque, che non facevano presagire nulla di davvero geniale.
2. Si misurarono col padre, la famiglia e l'autorità, in contrasti spesso aspri.
3. Presero all’inizio (e stentatamente) strade diverse da quelle che li avrebbero resi famosi.
4. Amavano la bella vita, le donne, la mondanità e il divertimento.
5. Ebbero la “svolta” della loro vita molto tardi, intorno ai 30-40 anni.
6. Raggiunsero l’apice della notorietà intorno ai 50.
7. Cambiarono professione per caso, e così realizzarono quello che poi sarebbe stato noto come il loro grande impegno liberale.
8. Utilizzarono la loro posizione di forza, prestigio o visibilità per “imporre il Liberalismo” all’attenzione della società. La rivoluzione liberale fatta dall’alto, cioè “dal Governo o dalla scrivania”.
9. Furono anti-conservatori tenaci (tra i loro avversari: Carlo Alberto, Esercito piemontese, Revel, Chiesa, Qualunquismo, Fascismo, Leoni, Malagodi ecc).
10. Furono liberali veri, ma combattuti da altri liberali, di Destra e di Sinistra (Revel, Balbo, D’Azeglio, Sineo, Lorenzo Valerio, Brofferio, Lucifero, Malagodi ecc).
11. Furono dichiaratamente liberali “moderati”, ma in realtà dei progressisti. Cavour ebbe nemici soprattutto a Destra. Pannunzio disse più volte: “Il partito liberale non è un partito conservatore… Non è un partito di destra. Non difende interessi e privilegi costituiti. Non spalleggia l’alta borghesia, l’alta industria, l’alta finanza. Se forze reazionarie stanno veramente ‘in agguato’, siano pur certe che i liberali non saranno al loro fianco. (Risorgimento Liberale, 1944). E ancora: “Partito conservatore o partito liberale democratico? Partito di destra o di centro, centro-sinistra? Naturalmente è la seconda ipotesi, è cioè la seconda strada che vorremmo che i liberali ufficiali seguissero” (1951, lettera privata).
12. Dichiararono più volte di essere riformisti e non rivoluzionari [P.: “Centro ‘evoluzionista’ non rivoluzionario”. C. riuscì a far approvare le riforme liberali solo agitando lo spettro, altrimenti, della rivoluzione].
13. Fecero un “connubio” non con la Destra ma con forze di Sinistra moderata e liberale, pur escludendo rigorosamente la Sinistra estrema e massimalista [C.: con la Sinistra liberale di Lorenzo Valerio, proprio per isolare l’Estrema e i rivoluzionari repubblicani. P. da parte sua fu attento non solo ai democratici, ma anche ai socialdemocratici, apprezzando la politica di Saragat, il riformismo liberale nel Regno Unito (il programma di Welfare del liberale Beveridge col governo laburista) e negli USA (New Deal di Roosevelt]
14. Erano accentratori e si occuparono sempre di tutto, avocando a sé anche i minuti particolari.
15. Dominarono per personalità, fantasia e forza di volontà il loro ambiente. Una volta scomparsi, nessuno fu capace di sostituirli. Perciò non ebbero eredi.
16. Entrambi morirono troppo precocemente, intorno ai 50 anni.
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Ma Pannunzio ebbe anche altri elementi in comune con Cavour. Fu EUROPEO, ANGLOSASSONE, INTELLETTUALE TOTALE, unica figura nell’Italia moderna di intellettuale a tutto campo. “L’intellettuale, per noi, è una figura intera. L’uomo politico, se non vuole essere un puro faccendiere, è anch’esso un intellettuale”. In un certo senso fu anche RINASCIMENTALE (del resto tra Risorgimento e Rinascimento non c'è differenza semantica). L’umanesimo di P. conferma che l’intelligenza dell’uomo si rivolge attorno a sé ovunque e senza limiti. E di tutto si occupa e si interessa l’uomo pannunziano, con un senso etico-estetico (kalos kai agathos) di stampo classico (greco-romano). Di qui anche la VERSATILITA' leonardesca, l’eclettismo.
RISORGIMENTALE. Pannunzio lo era per motivi di storia, ideologia, pensiero, azione (volontarismo). Può essere definito l’ultimo intellettuale risorgimentale.
PASSIONE. Altissima e pervasiva, come in Cavouir (cfr. Croce).
ATTIVISMO. Protagonismo individualistico in Pannunzio, sia pure col massimo risparmio di mezzi e di tempi (era nota la sua pigrizia “efficiente”), addirittura febbrile e patologica frenesia di lavoro e organizzativa in Cavour, tale da essere insostenibile perfino per i suoi collaboratori e per l’intera classe politica (piemontese!)
E’ possibile, inoltre, disegnare un sintetico e indicativo “diagramma pannunziano”:
1. GIORNALISMO COME POLITICA. Pannuncio fu certamente un politico vero e proprio, più che giornalista. Non solo analizzare la realtà, dunque, ma modificarla profondamente, ecco il proposito del suo programma personale e politico-giornalistico. Quel che è certo, è che fu determinante, per l’intero mondo laico e democratico-liberale. Per 20 anni e più (1944-68) riempì il vuoto dei Liberali di ogni tendenza.
2. POLITICA COME CULTURA.
3. CULTURA E POLITICA COME ETICA. Il rigorismo morale che aveva in comune col Partito d’Azione, Salvemini, Rossi e Valiani,
4. ETICA COME ESTETICA.
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Ed è possibile anche il palindromo, cioè tornare indietro nel diagramma ottenendo l’inverso, altrettanto eloquente e intrigante:
Estetica come Etica (e davvero la bellezza è segno di un ordine interiore, dominio della Ragione), Etica come Cultura, Cultura come Politica, Politica come Giornalismo.
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Un ulteriore elemento in comune con Cavour è la:
LIBERTA’ COME LAICITA’. Cioè capacità a separare e liberare le idee dell’Uomo dalla dittatura dei dogmi di qualunque tipo (religioni, totalitarismi di Destra e Sinistra, Accademie ecc). in questo è molto europeo e anglosassone. E ancora cavourriano.
Qualcuno dirà, ma non era “laicista”… Certo che era laicista, anche perché conosceva bene l’italiano. Laicista non è un estremismo di laico, ma solo chi vuole uno Stato laico. Chi vuole saperne di più vada su questo sito al saggio breve “Laicità, laicismo, anticlericalismo” che riproduce la lezione tenuta proprio nella stessa sede della Rubbettino per la Scuola di liberalismo. .
STILE, CARATTERE, PERSONALITA'. Pannunzio praticava nel giornalismo e nella vita uno stile abissalmente opposto a quello dei suoi tardi, abusivi, epigoni. Infatti aveva e predicava
SOBRIETA'. Non sopportava la retorica, né il magniloquente gergo politico, né gli astrusi "filosofemi". In un'Italia prolissa raccomandava ai giornalisti di “sfrondare”, “grattare”, cioè eliminare parole inutili, frasi fatte, banalità, usando la brevità sintetica e tutta fatti, di stampo anglosassone. Faceva non solo (e bene) i titoli, mettendosi dalla parte del lettore, ma anche la riscrittura redazionale, il rewriting. Da non confondere col rewriting stilistico anonimo (Sechi a Panorama, Espresso). Perché Il Mondo doveva corrispondere, pur nella dialettica interna, ad un progetto unitario, ad una idea. Pur essendo pluralista era il disegno di un uomo. Era, dunque,
ANTIPAROLAIO. In un’Italia di avvocati, letterati di provincia e oratori-retori che facevano-fanno della retorica parolaia il mezzo espressivo principale.
ANTI-PROVINCIALE. Nel senso che volava alto, si poneva problemi grandi e generali, in un’Italia che vede tutto “in piccolo”, dedita al “particulare” di Guicciardini, interessata solo alle piccole beghe locali o di municipio (come alla locale squadra di calcio), che protesta per una strada ma si disinteressa ottusamente del bene comune della Nazione. Il successo della Lega e degli analoghi movimenti meridionali o neo-borbonici è spiegabile con questo carattere nazionale storico.
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Trasparivano nell’impegno di Pannunzio e del Mondo anche ulteriori elementi:
RIDIMENSIONAMENTO DELLA POLITICA. Ristabilì la giusta gerarchia tra cultura (al primo posto), bellezza (2) e politica (3). Benché tutto - riteneva - fosse cultura e politica, la politica non era tutto per lui. Distingueva nettamente tra ideologia (che è cultura della politica e filosofia) e politica pratica (cosa da faccendieri).
ETICA DEL LAVORO BEN FATTO. Il perfezionismo di Pannunzio era davvero etico-estetico.
SCUOLA DI GIORNALISMO. Per paradosso, uno che quasi non scriveva insegnò a scrivere a decine di giornalisti, anche famosi. Ma, allora, chi era davvero Pannunzio?
GIORNALISTA? No, piuttosto una "levatrice", un maieuta di giornalisti e giornali. Che poi, sia chiaro, voleva dire “fare politica con altri mezzi”. Il che attiene piuttosto alle categorie del Bello, del Vero, della Polis e della Storia delle idee.
GRANDE PROGETTO POLITICO. Il Mondo fu in sintesi un grandioso progetto liberale moderno.
SNOB? No, il Mondo non era snob, semmai, nel senso migliore, "aristocratico", "nob", eppure semplice, naturale, sintetico, anglosassone.
SENZA EREDI, PANNUNZIO? Non ripetiamolo troppo. D’altra parte che cosa significa? Nulla. Certo, non sono visibili cloni di Pannunzio o allievi prediletti, ma le sue posizioni, il mix di cultura, politica, senso estetico e personalità che faceva di P. un apparente unicuum, sono ben note e quindi ripetibili. Dirò una cosa folle per quanto è anticonformista: visto che il Mondo vendeva pochissime copie ed era in deficit, anche oggi – come no? – potrebbe essere realizzato. Certo. Gli eredi non sono, non potrebbero essere né Scalfari né Pannella, troppo diversi da lui, istrionici, ridondanti, autoreferenti, marinisti, comunque eccessivi, spesso agli antipodi. Altro che il neu nimis (mai troppo) di Pannunzio!
In realtà, è vero, oggi l’ambiente politico e sociale è diversissimo dai tempi di Pannunzio. Non ci saranno più gli intellettuali liberali alla Pannunzio, purtroppo, ma la base media liberale è aumentata a dismisura rispetto ai suoi tempi. E’ vero che oggi c’è la società di massa, ma è anche vero che il comunismo è crollato e il Liberalismo si è diffuso dappertutto ed ha vinto, sia pure edulcorato (grazie anche a Unione Eropea, tv e influenza modelli di vita anglosassoni) oggi quasi tutti si dicono “liberali”. Ieri ai tempi di P. quasi tutti erano contro il Liberalismo, oggi perfino le casalinghe e i comunisti hanno accolto molti teni del L, sia pure a basso livello.
Questo ci fa capire che il “senza eredi” si riferisce non ai tempi, ma alla carenza di personaggi carismatici.
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Registrazione audio-video dell'intervento nel colonnino del blog "Nico Valerio".

Comments:
Bellissimo, lo scopro solo ora.
 
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